di Michele Vidone 

Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha illustrato alle Regioni una bozza di decreto legge che punta a riformare profondamente la medicina generale, rafforzando il ruolo dei medici di famiglia all’interno del Servizio sanitario nazionale e delle Case di Comunità.

Il cuore della proposta è la possibilità, su base volontaria, per i medici di medicina generale oggi convenzionati con le ASL, di diventare dipendenti pubblici. Il modello resterebbe comunque “misto”, senza abolire le convenzioni, ma con un progressivo rafforzamento della componente pubblica e territoriale.

L’obiettivo dichiarato è rendere le Case di Comunità pienamente operative e funzionanti entro giugno 2026, trasformandole nel primo punto di accesso per i cittadini, con équipe multidisciplinari che includano infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali. Ad oggi, secondo i dati riportati, sono attive 781 strutture su circa 1.715 previste dal PNRR.

Il piano interviene anche su una criticità strutturale del sistema: la carenza di medici di base, diminuiti di oltre 5.000 unità negli ultimi anni, con carichi medi ormai superiori agli standard ottimali. La riforma mira quindi anche a rendere la medicina generale più attrattiva, con un inquadramento più stabile e una revisione del sistema di remunerazione, legandolo non solo al numero di assistiti ma anche alla presa in carico di pazienti cronici e fragili.

La proposta è stata accolta in modo complessivamente positivo dalle Regioni, anche se restano differenze politiche e attesa di ulteriori confronti con i sindacati, alcuni dei quali hanno già annunciato possibili criticità.

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