di Michele Vidone
«Questa storia è cominciata malissimo e finita peggio. Io sto male, non riesco più neanche ad andare a lavorare, faccio il muratore. Sto male dal giorno del primo ricovero di Domenico al Ospedale Monaldi. Era la sera tra il 22 e il 23 dicembre 2025, proprio quella mattina venne a mancare mio padre Antonio. E poche ore più tardi scoprimmo la malattia grave di mio figlio. In 24 ore mi cadde il mondo addosso».
A parlare, in un’intervista al Corriere della Sera, è Antonio Caliendo, il padre del piccolo Domenico, morto sabato scorso. Il bambino soffriva di una forma di cardiomiopatia dilatativa.
«Io speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece… Ma noi genitori portavamo lo stesso tanta speranza nel cuore e così ci affidammo completamente ai medici del Monaldi – racconta –. Attenzione, però: non sono tutti cattivi, in quell’ospedale c’è anche tanta gente brava. Il professor Oppido, però, adesso non lo voglio vedere manco da lontano. Sarà la magistratura a fare chiarezza, certo, ma preferisco non incontrarlo. Ho visto delle foto incredibili: ma erano fuori di testa quelli che partirono da Napoli per andare a Bolzano a prendere il cuore con quel frigo? Io lo sentivo che finiva male».
Caliendo ricorda anche la sera del 22 dicembre, quando la famiglia tornò al Monaldi dopo la notizia della disponibilità di un nuovo cuore: «Ci ritrovammo per un attimo da soli, io, Domenico e il mio amico Lello che ci aveva accompagnati. Stavamo vicino alla macchinetta del caffè e all’improvviso ho detto: “Lello, sento qualcosa di strano dentro di me, andiamo via, me lo riporto a casa mio figlio!”. Lui mi disse: “Ma che scherzi, Antò? Per lui da domani comincia una vita nuova”. E io invece continuavo a pensare solo ai giochi che facevamo insieme sul lettone di casa».
Il padre racconta di aver capito che qualcosa non andava dopo Capodanno: «I medici sparirono tutti, nessuno ci venne più a dire niente. Era finita, ma noi ancora non lo sapevamo». Tre giorni prima della morte del bambino ci fu anche un litigio con le guardie giurate dell’ospedale, che poi – riferisce – lo hanno abbracciato sabato scorso, quando Domenico è morto.
La madre, Patrizia, dice che ora il figlio «è diventato un angioletto». Gli ha comprato un vestito per l’ultimo viaggio, «con la cravatta e la coppolella in testa come quando usciva col nonno Antonio».
Insieme all’avvocato Francesco Petruzzi, i genitori daranno vita a una fondazione dedicata a Domenico. «Servirà per aiutare i bambini che soffrono – spiega il padre – non è giusto che muoiano com’è morto mio figlio».
Sabato mattina, poco prima che morisse, Antonio racconta di avergli detto: «Figlio mio mi mancherai, ma io sono come te, un combattente. E avrai giustizia».
