Tempo di bilanci in casa FIJLKAM. Inevitabile quando cala il sipario su un evento a suo modo di portata memorabile com’è stata la Premier League di Roma, cioè, il circuito più prestigioso targato World Karate Federation. E l’eco prodotta continua a riverberarsi nel tempo. A Roberta Sodero il compito di raccontarci i volti e le storie dei protagonisti che hanno animato il “PalaPellicone”, location perfetta per fare da cornice all’élite del karate nazionale e internazionale. D’altronde, se speranze ed emozioni si sono riversate sui tatami di Ostia, in quella che rappresenta una pietra miliare per la Federazione, chi meglio di una icona può assurgere al ruolo di novella chaperon. In effetti, sono davvero pochi i personaggi riconosciuti (e amati) a livello globale come lei.

Da atleta, sei stata talmente poliedrica, da vincere con le Fiamme Oro e in Nazionale, nel kata e nel kumite, in Italia e all’Estero, la bellezza di 3 titoli Mondiali, 6 Europei e 20 Italiani. Non c’è che dire, nel complesso, proprio una bella bacheca…

“Tutto parte dal mio papà, che è stato il primo Maestro: a prescindere dal karate, facevamo grandi lavori a livello coordinativo e sulla mobilità articolare. Un mucchio di esercitazioni che stimolavano i processi neuro-cognitivi, usando le palline per la coordinazione oculo manuale. Oppure la psicocinetica a più colori, per combinare stimoli visivi rapidi con gesti tecnici. Da ragazzina giocavo anche a tennis e praticavo atletica; discipline in cui me la cavavo discretamente. Forse la mia fortuna è stata quella di trovarmi all’interno di un sistema allenante che non divideva il kata dal kumite. Personalmente, la capacità di saper fare entrambe le cose poi mi dava una certa adrenalina. Una energia positiva, per cui non ero mai stanca. Tant’è che a livello giovanile, nell’arco di una stagione agonistica, mi capitava di partecipare a ben quattro fasi finali, kata e kumite, Cadetti e Speranze. Anche nelle Nazionali giovanili ero convocata per coprire entrambi gli slot, a squadre e individuali, coprendo ambedue le specialità”.

Appeso il karategi al fatidico chiodo, hai dimostrato di essere bravissima a calarti nei panni del tecnico. Non solo limitandoti a selezionare quelli “giusti”, per il G.S. della Polizia di Stato, coltivandone il talento. Ma portando le loro performance ad un livello superiore. Un percorso culminato con le Olimpiadi di Tokyo, in qualità di coach della Nazionale, dove festeggi lo storico bronzo conquistato da Viviana Bottaro nel kata…

“Sono entrata in Polizia, per concorso, nel ’99. E mi sono ritirata dalla scena agonistica nel 2002, a causa di un infortunio patito durante i Mondiali di Madrid: uno yoko-geri durante la gara Open di kumite ha solo accelerato i tempi. Perché comunque volevo fare anche altro. In primis, diventare mamma. In tutto questo tempo, ho avuto la fortuna di non avere mai veri momenti di stanchezza mentale, in cui anche un’atleta di élite può incappare. Il passaggio nello staff tecnico della Nazionale è stato quasi naturale, e mi ha permesso di raggiungere il sogno olimpico assieme a Viviana. Un obiettivo che ci eravamo preposte e che addirittura aveva spinto la Bottaro fuori dalla squadra femminile, pur di dedicarsi anima e corpo all’individuale. Quanto lavoro per raggiungere quella medaglia. A cominciare dai punti ottenuti in giro per il Mondo: le prime tre del ranking si qualificavano direttamente e Viviana ha dato tutto, e anche di più. Prima per entrare in quella cerchia ristretta. Poi, incappata in un infortunio a qualificazione acquisita, dimostrando grande forza di volontà. Ricominciando ad allenarsi con determinazione. Pochi mesi dopo aver festeggiato la medaglia di bronzo, ho lasciato il grado di coach della Nazionale a Sara Battaglia”.

In fondo, non è stato un addio. Bensì, un cambiamento dovuto alla voglia di guardare alla vita privata da una diversa prospettiva. Questo scenario che mutava – anche mettersi alla prova in campi che non ti appartenevano, tipo la televisione – l’hai percepito come un valore aggiunto, oppure alla stregua di un problema da gestire?

“La decisione è maturata nell’anno e mezzo che ha preceduto Tokyo, periodo in cui ho concentrato quasi esclusivamente il mio lavoro su Viviana. Là ho pensato che se fosse andata bene, l’avrei accompagnata anche al mondiale, in programma un paio di mesi dopo l’Olimpiade. Quindi, avrei lasciato il testimone a Sara Battaglia. Un passaggio di consegne naturale, considerando il curriculum di Sara e quanto abbia dato alla Nazionale. Avrei potuto vivere di rendita con il bronzo olimpico? Forse, ma era giusto seguire il cuore. Che mi ha suggerito una riflessione: avevo dato così tanto, in termine di impegno fisico ed emotivo, perciò chi veniva dopo aveva il diritto di avere il medesimo impegno”.

Fiamme Oro, speakeraggio e stage

La scelta di focalizzare esclusivamente l’attenzione sulle Fiamme Oro ha contribuito a confermare il ruolo di leader del Gruppo Sportivo, non solo tra i “professionisti”? Per esempio, ai recenti Campionati Italiani Assoluti, vero punto di riferimento dell’intero movimento, perché rappresenta il momento di sintesi tra il vertice e la base, la Polizia ha espresso una qualità diffusa, al punto da dominare tutte e quattro le classifiche (kata e kumite, maschile e femminile). Insomma, solida passione e qualità tecnica camminano di pari passo…

“Dopo una vita sempre in giro per il mondo, sentivo il bisogno di dedicarmi esclusivamente alle Fiamme Oro. Seguendo i miei ragazzi, ho ritrovato la sensazione di stare bene anche a casa. Il segreto del Gruppo Sportivo è la mancanza di egoismi individuali, accantonati proprio per far emergere la forza del collettivo. Sembrerà banale, ma siamo una famiglia, al cui vertice c’è Cristian Verrecchia, che ha il doppio ruolo di coordinatore e direttore tecnico. Nello staff ci sono ex agonisti di grandissimo livello, per cui tutti hanno già vissuto sulla pelle le dinamiche che possono incontrare gli atleti affidati alle loro cure. Questa è una delle chiavi del nostro successo, ma non l’unica. Oltre alla grande passione per il karate, che alimenta ciascuno di noi, a fare veramente la differenza contribuisce il senso di appartenenza alla Polizia di Stato. Una sorta di attaccamento alla maglia, tramandato dai vecchi ai nuovi, con dedizione e orgoglio”.

Oggi hai un ruolo altrettanto impattante, in quanto contribuisci ad aumentare l’interesse per il karate facendo da speaker ufficiale alle principali manifestazioni della federazione, nonché arricchendo la cronaca televisiva con le tue dettagliate analisi. Una significativa apertura, che permette di passare da un linguaggio focalizzato esclusivamente agli iniziati, a stimolare l’attenzione di un pubblico ben più eterogeneo. Destinato quindi verso un’ampia cerchi di utenti…

“Per indole, sono una persona solare. Per cui non percepisco i cambiamenti come qualcosa di negativo. Così ho sempre gestito la mia vita, fuori e dentro il tatami. Smesso l’agonismo e limitato i miei impegni da coach esclusivamente con le Fiamme Oro, ho cominciato a studiare, facendo un percorso specifico che mi permettesse poi di spendere professionalmente le competenze acquisite nella comunicazione. In tal senso, il ruolo di speaker mi consente di ridurre la distanza dai non praticanti. L’idea rimane quella di abbattere le barriere, creare un punto di incontro per coinvolgere un pubblico trasversale. Trasformare la curiosità in uno strumento di sviluppo, veicolando la passione per il karate attraverso lo strumento della partecipazione. L’obiettivo non è la semplice visibilità. Ma incuriosire, e quindi connettere, gli spettatori: trasmettere loro messaggi emozionanti, costruendo identità e visioni condivise. Dopotutto, oggi lo sport è globale, con la gente maggiormente coinvolta”.

In un appuntamento sportivo di così alto profilo come una Premier, se è vero che sono gli atleti a calarsi nella parte principale, non deve assolutamente passare in secondo piano il dietro le quinte. Cioè, lo sforzo immane per allestire uno spettacolo del genere. Magari devi essere abituata a organizzazioni virtuose, visto che per anni il tuo papà, Maestro Aldo, è stato l’anima ispiratrice di un camp internazionale, culla di campioni e trampolino di molteplici successi azzurri, ospitato prima a Grado, poi a Lignano…

“Lo stage e il meeting internazionale, promosso e organizzato da mio padre Aldo, assieme al fratello Roberto Ruberti, per oltre trent’anni è stato davvero un importante punto di riferimento. Il lavoro sviluppato nel corso degli appuntamenti friulani, dove era sempre presente il professor Aschieri, Direttore Tecnico Nazionale, ha prodotto frutti notevoli, dando un grosso contributo anche alla programmazione tecnica nazionale. Offriva all’intero movimento un’occasione di approfondimento, aggiornamento e confronto tecnico, scientifico e culturale. Là si sono stati formati tantissimi tecnici, sono cresciuti tanti campioni, si è costruito tantissimo per il karate, sotto tutti i punti di vista”.

Una Premier entusiasmante

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Cosa ha significato ospitare la Premier League a Roma, in primis dal punto di vista organizzativo, considerando che era la prima grande manifestazione mondiale senior gestita dalla FIJLKAM?

“Non c’è nessun dubbio: abbiamo passato a pieni voti il test; valutazione testimoniata anche dai numerosissimi feedback positivi rilasciati da atleti e accompagnatori. Come Federazione avevamo già organizzato un Campionato del Mondo Giovanile (Jesolo 2024, n.d.a.), suscitando giudizi lusinghieri per gli standard qualitativi elevatissimi garantiti a tutti i partecipanti. La Premier League era il primo evento a livello senior che la Federazione organizzava nella sua storia: un circuito molto ambito a livello internazionale, che la FIJLKAM ha gestito in maniera impeccabile, grazie alla solidità tecnica, organizzativa e politica dimostrate negli ultimi anni. La Premier di Roma è stata un successo anche televisivo ottenuto dalla Federazione. Personalmente, mi sono impegnata per cercare di incuriosire i telespettatori, raccontando i campioni e le storie che si celano dietro ciascun agonista. Credo che avendo vissuto sulla mia pelle certe dinamiche, l’idea era quella di comunicare nei miei commenti tanto la parte tecnica quanto quella emotiva. Peccato che il calendario televisivo sia ridotto, con la copertura mediatica garantita solo a Mondiali ed Europei. Se vogliamo creare storie tali da far emergere i personaggi, deve esserci continuità. Il pubblico va incuriosito, facendogli scoprire attitudini e passioni dei protagonisti del tatami. Altrimenti corriamo il rischio di avvicinare solo i praticanti”.

Sul piano prettamente sportivo l’Italia ha conquistato nove finali, arricchendole con ben otto medaglie. Che tipo di lavoro c’è dietro risultati così lusinghieri?

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“C’è il lavoro congiunto di tutta l’Italia del karate, che coinvolge le società e gli atleti nel loro complesso, non solo i professionisti dei gruppi sportivi militari. Il circuito delle Youth League, riservato ai ragazzi delle categorie giovanili, e gli Open, permettono di mettersi in mostra e maturare nuove esperienze. Oltre a conquistare punti in ottica ranking. Ci sono poi le gare di vertice della WKF, dalle Serie A alle Premier. Questo sistema consente di aumentare il livello prestativo e incrementare in maniera esponenziale le performance, utilizzando la gara, e non solo gli allenamenti, come strumento di crescita”.

Ciascuna di queste finali è stata diversa. Alcune avrebbero anche potuto avere un esito differente. Ma nessuna è casuale: sono tutte “prodotte” da una miscela micidiale, fatta di giovani leoni, vogliosi di prendersi la scena, e vecchi bucanieri, con una esperienza pluriennale nelle gare internazionali

“Il confronto dei giovani con i più esperti permette all’atleta talentuoso di crescere in maniera esponenziale. Ma è un dare e avere, perché anche l’atleta maggiormente strutturato così prende consapevolezza che dietro c’è chi spinge per avere un posto al sole. Viene fuori la parte egocentrica, latente in ogni atleta di alto profilo: nessuno vuole perdere, e se vede quello che corre dietro avvicinarsi, allora spinge più forte per non lasciarsi superare. Dal punto di vista tecnico e umano, un confronto di questo tipo dà vita a momenti di interazione, che offrono una ineguagliabile opportunità di crescita: scambiare con atleti altrettanto forti porta ulteriori motivazioni. E soprattutto a livello umano, si crea un ambiente fantastico. Nessuno si risparmia, allenandosi con grande energia”.

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Peraltro, dietro ai 12 convocati dalla Direzione Tecnica Nazionale c’è una pletora di atleti forti – 38 gli italiani in gara a Roma, iscritti individualmente – che spingono alle loro spalle per conquistarsi un posto al sole. Senza trascurare il lavoro certosino compiuto dalla CNAG (Commissione Nazionale Attività Giovanile), che continua a scovare talenti, a testimonianza di come tutta l’architettura federale funzioni

“Agli Europei Giovanili di Cipro abbiamo di nuovo fatto il maggior numero di medaglie, certificazione della nostra attenzione al vivaio, della qualità dei nostri tecnici e dell’importanza degli investimenti dedicati al settore giovanile. I podi dunque sono il frutto di un sistema collaudato. È questo l’aspetto che rende la Nazionale sempre competitiva. Il risultato di dinamiche non solo tecniche, fondate sulla condivisione della conoscenza. Quella che non ostacola lo scambio, la cooperazione e la contaminazione positiva delle idee tra le varie componenti federali. Il lavoro fatto bene, alternando anche i circuiti delle gare nazionali e internazionali, con gli stage, determina una crescita continua e costante”.

Ci aspetta un futuro radioso

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Al netto dei podi azzurri, in chiave prettamente tecnico-tattica, che karate s’è visto alla Premier League?

“Il pubblico ha visto un karate di livello altissimo. Del resto, ormai sin dalle categorie giovanili ci sono atleti in grado di realizzare sequenze tecniche in combinazione che una volta non vedevi con tale facilità esecutiva. Magari è il frutto di una precoce specializzazione, che anticipa i tempi di maturazione. Sicuramente la qualità in gara era talmente alta che gli spettatori si saranno divertiti molto. Alla Premier è garantito l’accesso ai più forti in assoluto. Il criterio è soltanto quello di essere tra i primi nel ranking mondiale. Inoltre, non ci sono limiti numerici; in ogni categoria, possono esserci più rappresentanti per nazione. Per esempio, Italia e Giappone erano quelle con il più alto numero di iscritti. Penso che una delle evidenze più gettonate, dopo la Premier di Roma, è che in questo momento il talento medio sembra altissimo, con un aumento di paesi davvero competitivi. Non esiste più il concetto di nazione dominante. Ma le capacità tecnico-tattiche si stanno ridistribuendo su scala globale”.

La presenza di Antonio Espinòs, presidente della WKF, un personaggio che generalmente non segue fisicamente tutte le gare del calendario mondiale, rappresenta un plusvalore di come venga percepita politicamente la FIJLKAM. Ciò conferma il ruolo dell’Italia come riferimento per il karate mondiale?

“C’è sicuramente massima fiducia nella nostra federazione, nella figura di dirigenti ricettivi del calibro di Morsiani e Benetello. In tal senso, credo che la WKF sia decisamente più serena quando assegna un evento alla FIJLKAM. Garantiamo da sempre serietà e competenza. In effetti, neanche il tempo di spegnere i riflettori del PalaPellicone ed è già tempo di pensare al prossimo anno: se la WKF ha annunciato che la Premier ritornerà a Roma nel 2027, il regalo più bello agli appassionati l’ha fatto proprio Benetello, ufficializzando la candidatura dell’Italia come paese ospitante dei Campionati del Mondo 2027”.

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In definitiva, alla vigilia c’erano grandi aspettative, non a caso era stato coniato il motto “Don’t miss history”. L’idea di realizzare un evento a suo modo storico accompagnava la sensazione in atleti e spettatori che non dovessero farsi sfuggire la partecipazione a un vernissage del genere. Quant’è stata gratificante, oltre che onerosa, questa cosa?

“Sul versante tecnico, chi si aspettava una gara grandiosa, organizzata ai massimi livelli e con la solita qualità riconosciuta da tutto il mondo all’Italia, non è rimasto affatto deluso. C’erano alcuni tra i migliori karateka del ranking mondiale, per una tappa di altissimo livello. Una circostanza importantissima anche in termini di ricaduta mediatica e di immagine, capace di produrre un messaggio positivo. Proprio perché affonda le radici in una visione federale a lungo termine. Non si trattava semplicemente di organizzare una gara, ma costruire una base per far crescere e radicare il nostro sport all’interno della comunità globale”.

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