di Michele Vidone 

Il Tribunale di Napoli (presidente Teresa Areniello) ha disposto la confisca di beni per 204.914.706 euro nei confronti dei fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, imprenditori attivi nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali.

Il provvedimento, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione, è stato eseguito dal Gico del Nucleo PEF della Guardia di Finanza di Napoli, che ha posto sotto sequestro 8 aziende tra Napoli, Frosinone e Roma; 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari; 72 autoveicoli; 3 imbarcazioni e 2 elicotteri.

Secondo le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, parte delle ricchezze accumulate sarebbe frutto del traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta Terra dei Fuochi. I Pellini sono stati condannati in via definitiva per disastro ambientale.

Il decreto rappresenta l’epilogo di un lungo iter giudiziario avviato nel 2017. Dopo una prima confisca nel 2019, confermata in appello nel 2023, nell’aprile 2024 la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento per vizi formali, disponendo la restituzione dei beni. La Procura di Napoli ha quindi rinnovato la proposta di misura di prevenzione patrimoniale, ritenendo ancora sussistenti la pericolosità “qualificata” e la sproporzione tra patrimonio accumulato e redditi dichiarati.

Nel maggio 2024 la Sezione Misure di Prevenzione ha nuovamente sequestrato i beni e, con decreto depositato il 19 febbraio 2026 al termine dell’istruttoria camerale, ha disposto la confisca, ribadendo la «strutturale e significativa sproporzione» tra i beni posseduti e i redditi leciti, nonché l’inidoneità delle giustificazioni difensive a dimostrare la provenienza delle risorse.

Nel decreto i giudici parlano di «criminali senza scrupoli che hanno piegato le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile», sottolineando la «concreta e grave capacità criminale» degli imprenditori e le «conseguenze devastanti» per i territori interessati, l’ambiente, gli animali e le persone. Per il Tribunale, i fratelli Pellini «non erano onesti imprenditori, per errore impattati nell’illecito», ma soggetti dotati di una pericolosità qualificata tale da giustificare la misura di prevenzione patrimoniale.

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