di Michele Vidone 

Sono poco meno di 3,4 milioni gli occupati in Italia, pari al 13,8% del totale, che nel 2023 hanno sperimentato una qualche forma di lavoro da remoto, consolidando una trasformazione strutturale avviata con la crisi pandemica del 2020. Secondo i dati del Censimento permanente dell’Istat riferiti al primo ottobre 2023, circa 1 milione e 436 mila persone (5,9%) hanno lavorato da casa per almeno la metà dei giorni lavorativi, mentre altri 1,9 milioni (7,9%) hanno adottato modalità flessibili in misura più limitata. Dopo il picco del 2021, con oltre 3,5 milioni di lavoratori coinvolti (15,1%), il dato si è stabilizzato, ma resta superiore al biennio pre-pandemico 2018-2019, quando la quota era ferma al 4,8%.

Nel confronto europeo, l’Italia rimane indietro. Secondo Eurostat, nel 2023 la quota di lavoratori abituali da casa nel Paese si è attestata al 5,9%, contro una media Ue del 9,1%. In testa alla classifica figurano Finlandia (22,2%) e Irlanda (21,8%), seguite da Svezia (15,3%) e Belgio (14,6%), mentre Germania e Francia superano entrambe il 10%. Nonostante l’impulso dei lockdown abbia ridefinito tempi di vita e ridotto i costi degli spostamenti, il lavoro a distanza in Italia sconta ancora un ritardo strutturale rispetto ai principali partner europei.

Lo smart working si conferma più diffuso tra le donne (15,2%) rispetto agli uomini (12,7%). L’incidenza cresce al crescere del titolo di studio, raggiungendo il 29% tra i laureati. A livello settoriale, i Servizi di informazione e comunicazione (60,2%) e le Attività finanziarie e assicurative (43,7%) sono gli ambiti con la maggiore diffusione del lavoro agile. La modalità interessa soprattutto le professioni altamente qualificate (30,2%), che consentono una maggiore autonomia nell’organizzazione della prestazione lavorativa.

Sul fronte della Pubblica amministrazione, la Funzione pubblica della CGIL ha denunciato una stretta sul lavoro agile alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Secondo il sindacato, l’amministrazione avrebbe predisposto una direttiva che riduce a un solo giorno a settimana la possibilità di lavoro agile, con deroghe limitate fino a un massimo di due giorni per specifiche categorie di personale. La Fp Cgil parla di «stretta inspiegabile» e di un «ritorno al passato», sottolineando come in questi anni lavoratrici e lavoratori abbiano dimostrato di saper garantire obiettivi e qualità sia in presenza sia a distanza. Durante un incontro al Ministero del Lavoro per il tentativo di conciliazione, il sindacato ha espresso contrarietà allo schema di direttiva e annunciato la prosecuzione della mobilitazione affinché il lavoro agile resti una modalità strutturale nella Pubblica amministrazione.

Intanto, una sentenza del Tribunale di Padova ha riconosciuto come infortunio sul lavoro l’incidente domestico occorso a una dipendente dell’Università degli Studi di Padova mentre era in smart working. La donna, caduta in casa nell’aprile 2022 e operata per una frattura alla caviglia, aveva inizialmente ottenuto dall’INAIL il riconoscimento dell’indennizzabilità, poi revocato. Dopo ulteriori ricorsi, il giudice ha confermato la natura lavorativa dell’infortunio, riconoscendo un’invalidità del 9% e imponendo anche il rimborso delle spese mediche private sostenute, motivando la decisione con la particolarità del caso e la mancata tempestività dell’Istituto.

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