Punti pesantissimi in chiave futura: questo, alla vigilia, il leitmotiv di VeronaNapoli. Con gli scaligeri ultimi in classifica, a caccia disperata di appigli per mantenere in vita una flebile speranza. Obiettivo, al momento, percepito come un miraggio, a meno nove dalla quota salvezza. Ed i Campioni d’Italia, per l’ennesima volta a fare i conti con assenze pesanti e dubbi amletici in ogni reparto, obbligati a contendersi in questi mesi finali della stagione un posto nella prossima Champions. Che alla luce della sopravvenuta concorrenza di Roma e Juventus, sta acquisendo un sapore decisamente diverso. Senza contare l’Atalanta, che da quando Palladino l’ha presa in mano, sta risalendo prepotentemente la china, trasformando la lotta europea in una questione nient’affatto semplice da risolvere.

In difesa, il solito terzetto di marcatori, composto da Beukema, Juan Jesus e Buongiorno. La grande incognita della vigilia, venuta meno la possibilità di recuperare McTominay, riguardava chi avrebbe affiancato Lobotka. Ormai, l’ennesimo forfait dello scozzese non rende il rebus formazione complicato da decifrare. Infatti Conte completa la mediana schierando Elmas – jolly tatticamente prezioso – in coppia con lo slovacco. Per coprire le fasce l’allenatore salentino attua scelte invero non sorprendenti: Spinazzola a sinistra e Politano sull’altro lato. In realtà, l’ex Sassuolo e Inter era in ballottaggio per uno slot in attacco. Ma appena le squadre entrano in campo per il consueto riscaldamento, le incognite diventano rumore di sottofondo, trasformandosi in certezze.

Là davanti, con Vergara c’è Alisson Santos. Per sfruttarne gli isolamenti nell’uno vs uno; da combinare assieme alla capacità del prodotto cresciuto nel settore giovanile, che schierato a piede invertito, è abituato maggiormente a convergere dentro. Lui che posizionato sul centro-destra interpreta il ruolo in maniera ibrida. Dividendosi, cioè, fra l’esterno offensivo e la mezzala che stringe la posizione, occupando il corridoio intermedio.

Ed è subito Hojlund

Che la trasferta del Bentegodi fosse assai insidiosa, Conte lo sapeva bene. Perché i padroni di casa non possono andare tanto per il sottile. Per cui, già dal calcio d’inizio, sembra chiaro che non lasceranno nulla di intentato. Nemmeno il tempo di capire cosa sarebbe successo, che il Napoli passa in vantaggio. Beukema assiste direttamente dalla difesa Hojlund, bravo a mettere il corpo tra il pallone e Bella-Kotchap, che fatica a intervenire col tackle. Mentre Politano segue il movimento incontro del centravanti e riceve lo scarico. Punta Bradaric e si lancia sul fondo, crossando col destro, dove il danese la piazza volutamente di testa sul palo lontano.

Nonostante lo svantaggio iniziale i veronesi giocano senza remore; del resto, era chiaro quale sarebbe stato il piano gara: andare forte sui riferimenti. Sammarco dunque diffonde le marcature uomo su uomo a tutto campo, facendo grande densità nel mezzo, con una doppia linea robusta: i tre centrali difensivi, sostenuti dal terzetto di centrocampo (Akpa-Akpro, Gagliardini, Harroui). Evidente l’intenzione di disordinare la struttura dei partenopei. Che invece si appoggiano sul palleggio per arginare la compattezza predisposta dai gialloblù, costruendo dal basso con pazienza, senza perdere equilibrio e fiducia. L’idea resta quella di adattarsi all’avversario, che non esce mentalmente dalla partita, restando decisamente sul pezzo.

Il Napoli trova la giusta sintesi tra i vari modi di interpretare il match, come esige la vocazione da squadra ambiziosa. Perciò ci sono momenti in cui accerchia il Verona con pazienza, girando palla da quinto a quinto, in attesa che capiti qualcosa: una verticalizzazione oppure un inserimento nello spazio profondo. Situazioni in grado di creare pericoli concreti verso Montipò. Sia ben inteso, se sviluppate con ritmo. Altrimenti, i veneti aumentano la pressione sul pallone, con scalate precise, rifiutando di farsi prendere in mezzo. E cresce in maniera esponenziale per gli azzurri il rischio di forzare l’imbucata, nel vano tentativo di provare a entrare nella trequarti.

Ecco, se c’è una cosa da imputare alla squadra di Conte è proprio questa superficialità nell’atteggiamento. Un approccio particolarmente passivo, a tratti veramente imbolsito, figlio della incomprensibile voglia di gestire, senza spingere troppo sull’acceleratore. Ma se cala paurosamente l’intensità, corri seriamente il rischio di tenere in partita l’avversario!

Gambe poco toniche e letture errate

Insomma, le responsabilità del Napoli nel non consolidare il risultato sono palesi. E’ una questione tattica, perché nella fase di non possesso gli ospiti si sistemano con un ermetico 5-4-1, attestando un blocco medio o addirittura medio-basso. Quindi escono, facendo girare la palla con calma, grazie alla tecnica, oltre alla intraprendenza, degli uomini di qualità. Però risalire tutto il campo diventa arduo. Specie se le gambe non girano. Politano o Spinazzola si limitano a venire incontro. Al contrario, dovrebbero alzarsi, spostando più in là l’asse, costringendo i dirimpettai (Bradaric e Oyegoke) a correre all’indietro. Nel primo tempo, per esempio, Matteo ha costretto l’avversario diretto ad assorbirne gli sganciamenti, nel tentativo di evitare che gli tagliasse alle spalle. Nella ripresa, invece, i laterali di Sammarco hanno costantemente recuperato abbondanti porzioni di campo in avanti.

In realtà, se è vero che i “quinti” non prendevano ampiezza, a determinare maggiori pericoli avrebbe dovuto contribuire l’attitudine di Alisson Santos ad allargare il campo e subito dopo restringerlo. Una capacità di riconoscere gli spazi in cui infilarsi; specialmente, attrarre e manipolare Nelsson, approfittandone per sgasare con la giocata successiva. A quel punto, prendere velocità. Ma oggi arginare il brasiliano appariva abbastanza scontato. L’unico a tentare di convertire l’azione da difensiva a offensiva, in virtù di un primo controllo orientato davvero mortifero, era Vergara. Che predica nel deserto. Ad eccezione della fattiva collaborazione avuta da Hojlund.

Una delle pochissime cose da salvare nel Napoli sono le letture sul piano individuale del danese. Tipo l’abilità nell’accorciare le distanze. Offre ai compagni il tradizionale sbocco sicuro nelle situazioni di uscita palla, facendo da riferimento avanzato. Effettivamente, sono proverbiali i suoi movimenti tra le linee, utili a portare fuori zona Bella-Kotchap. Buoni sia per raccordare la manovra, tenendo il pallone, così da collaborare attivamente al palleggio, che aggredire la profondità.

Big Rom accantona le ansie

In definitiva, non sempre può andare come sperato. Perché il Verona tampona Hojlund spalle alla porta a ridosso del centrocampo e talvolta lo costringe a sbagliare appoggio. Se non si riesce a stabilizzare il possesso, con la soluzione “a parete”, funzionale ad attivare i compagni che arrivano a rimorchio, seguita dalla classica mezzaluna del numero 19 per mandare a monte il closeout del difensore, e conseguente smarcamento, allora il Napoli soffre.

Forse ha sottovalutato quanto il Verona sapesse sporcarsi le mani, sgomitare facendo a sportellate, vincere duelli e conquistare seconde palle. Il pareggio dei gialloblù era solo questione di tempo; si capiva in che direzione stava andando la partita, seppur occasionale nello sviluppo dell’azione che porta al gol di Akpa Akpro. Nondimeno, era nell’aria, a causa della negligenza in termini di applicazione massimale e intensità dimostrata dagli azzurri. Gli ultimi 5’ in totale apnea, asserragliati dentro la propria area di rigore, sono il manifesto di una squadra disarmata e sconsolante, in alcuni frangenti della partita spenta fisicamente e troppo superficiale sul piano mentale per contenere l’arrembaggio scomposto dei veronesi.

Insomma, il Napoli dava evidenti segnali di non esserci più: a evitare che dovesse cominciare a preoccuparsi in ottica europea pure del Como, ha provveduto Lukaku un attimo primo del triplice fischio. Big Rom è qualcosa a metà tra la mossa dettata dalla cupa disperazione ed il valore aggiunto in uscita dalla panchina. La deviazione sotto rete è un gesto naturale per il belga, nonché giusta ricompensa per gli sforzi profusi all’ultimo momento utile, a tempo di recupero prossimo alla scadenza. Sul cross di Gutierrez il belga era lì aspettarlo, per incocciare il tap-in, soluzione facile tecnicamente e sul piano concettuale per un bomber del suo calibro.

Il futuro è adesso

Conte parla di eredità; intesa come lavoro proiettato a decidere le sorti della prossima annata. In tal senso, strappare tre punti con i denti al Bentegodi diventa fondamentale, perché sarebbe stato facile demoralizzarsi, dopo il pareggio. Invece il Napoli ha continuato a crederci, giocando al meglio delle proprie possibilità; che allo stato attuale, trovano conforto esclusivamente nella qualità di Vergara e poco altro. Magari non è riuscito a crearsi vere occasioni, tranne uno sfondamento con bordata da fuori alta sulla traversa. Tuttavia, ha stressato costantemente gli avversari, guadagnando spazi nello stretto oppure conducendo e portando scompiglio nel corridoio intermedio.

Insomma, senza girarci attorno, questo gruppo comincia ad avere un evidente affanno, tipico di chi non è certo di arrivare all’obiettivo minimo stagionale. La precarietà nella corsa Champions, mai come in questo campionato instabile per il numero di contendenti coinvolte, genera non poca ansia all’ombra del Vesuvio. Mancare eventualmente la qualificazione sarebbe un rischio di fallimento, sportivo e finanziario, totale, che potrebbe indirizzare il futuro su scenari nient’affatto piacevoli.  

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