di Michele Vidone
È stato trapiantato con successo a un bambino all’Ospedale Papa Giovanni XXIII il cuore che inizialmente era stato destinato a un secondo intervento per il piccolo ricoverato all’Ospedale Monaldi, dopo che il primo organo impiantato era risultato danneggiato. Nel corso di un vertice tra esperti, riuniti proprio al Monaldi, è stato però stabilito che le condizioni cliniche del bambino napoletano non consentivano di affrontare una nuova operazione. Tra i membri del team che ha esaminato il caso anche il cardiochirurgo Amedeo Terzi, in servizio presso l’ospedale bergamasco.
Il quadro clinico del piccolo resta estremamente grave. «Oggi sta molto male, la situazione è molto critica. Il bambino ha un’insufficienza multiorgano e siamo lì a continuare a tutelarlo, non ad abbandonarlo», ha dichiarato Antonio Corcione, capo del dipartimento dell’area critica rianimazione non pediatrica del Monaldi, al termine della riunione con i familiari. «La mamma è una persona amabilissima ed è lì vicina al bambino. Siamo tutti sconvolti, dal punto di vista umano siamo sconvolti», ha aggiunto.
Corcione ha precisato che il bambino è sedato e non soffre, nonostante la grave insufficienza multiorgano. «Stiamo applicando una legge dello Stato del dicembre 2017 che tutela il paziente. Con i genitori abbiamo condiviso la terapia: non c’è accanimento terapeutico, non stacchiamo la spina e non parliamo di cure palliative domiciliari. Facciamo l’indispensabile per tutelarlo». Resta attivo il supporto con Ecmo, ritenuto fondamentale, pur consapevoli delle complicanze che possono insorgere dopo molti giorni di utilizzo.
Il medico ha sottolineato come la storia del Monaldi sia caratterizzata da centinaia di trapianti cardiaci, circa 500 negli ultimi vent’anni, compreso il cinquecentesimo effettuato proprio su un bambino. «Ci sono stati degli inconvenienti, sappiamo tutti del ghiaccio e del ghiaccio secco che ha creato questa situazione, ma il percorso preciso non lo conosco», ha detto, ribadendo la stima per i colleghi direttamente coinvolti nel caso.
L’angoscia è condivisa da tutto l’ospedale. «Quando arriviamo al lavoro la prima cosa che chiediamo è come sta il bambino. Rispetto a ieri c’è un rapido peggioramento. Cosa e quando possa accadere non lo so dire. Continuiamo così, sempre speranzosi, anche se le speranze sono fievolissime».
