di Benedetto Manna

Sulla “Carta di Amalfi”, siglata il 24 gennaio 2026 al Forum Internazionale sul Turismo a Milano, per un nuovo rapporto tra destinazioni turistiche e comunità residenti, da oltre venti comuni di località turistiche di mare e montagna, tra cui anche Ischia, si dichiara che “Nei Comuni turistici, infatti, si registrano picchi di presenze sul territorio significativamente superiori al totale della popolazione residente, per molti mesi, con considerevoli impatti sulla comunità, sulla tenuta dei servizi pubblici e delle infrastrutture, nonché sulla sicurezza stessa della destinazione”. Per fronteggiare le emergenze legate al flusso turistico in eccesso (overtourism), in particolare quello estivo per i comuni costieri e insulari, si avverte l’esigenza di dotarsi di nuovi strumenti per il governo del territorio. Nello specifico si esplicitano proposte per “maggiori poteri per gestire la presenza di “picchi” nelle località, ovvero l’ottimizzazione degli arrivi di veicoli, treni, imbarcazioni, sulla base degli spazi disponibili e delle infrastrutture di ricezione effettivamente esistenti; – nuovi strumenti normativi per disciplinare l’offerta di posti letto turistici, evitandone la concentrazione in zone che dimostrano elevati “indici di turisticità”; – maggiore flessibilità nelle assunzioni di personale – in primis a tempo determinato per il controllo del territorio, oggi agganciate a vincoli anacronistici e assolutamente non rispondenti alle esigenze dei Comuni turistici – e più in generale per la gestione degli elevati afflussi ad esempio, per favorire l’informazione turistica e la pulizia dei luoghi; – riconoscimento di status di Zone Turistiche Speciali (ZTS) e di maggiore flessibilità nella fiscalità locale per avere leve finanziarie idonee a gestire le esigenze connesse con i significativi flussi.” Occorre partire dalla constatazione fondamentale che fronteggiare con giusto peso la presenza dei “picchi”, equivale, senza voler esagerare, a irregimentare un fiume in piena, implicando tutta una serie di valutazioni, interventi mirati, consapevoli e responsabili. Oggi c’è la necessità ecologica di abbandonare l’idea del turismo come “risorsa” e “generatore di ricchezza”, a favore della ricerca di una maggiore armonia fra residenti, turisti e ambiente. La metafora di turismo “petrolio d’Italia” è un modo per definire il turismo per come è oggi, cioè un’ economia estrattiva, che estrae valore dagli ambienti che lo fanno vivere; ma nel farlo compromette quel valore stesso, uccidendolo col sovraffollamento, la cementificazione e la conversione a un’ economia monoculturale. Come tutte le industrie pesanti, anche il turismo ha bisogno di grandi infrastrutture per poter esistere: alberghi ed edifici residenziali, impianti di risalita in montagna e navi da crociera in mare (equivalente delle acciaierie, dei cementifici e delle fabbriche).

La risorsa non è il turismo, la “risorsa “sono le città, i territori, i beni culturali, i monumenti, i musei, i siti archeologici e naturali, il patrimonio pubblico. Con la logica del ”turismo petrolio d’Italia” questo patrimonio viene sfruttato, più che fruito, come un giacimento per ricavarne profitti. L’industria del turismo è legata a doppio filo al riscaldamento globale, sia per contribuirvi in modo consistente, sia per essere vittima delle sue conseguenze. Basta un evento di natura catastrofica (alluvioni, terremoti, epidemie, guerre, terrorismo, trombe d’aria, mareggiate, mucillagine) per determinare l’interruzione dei flussi turistici in un determinato luogo. Il viaggio a lunga distanza per vacanze brevi, grazie soprattutto alle compagnie low cost, è un lusso che va a nostro discapito, perché il vero costo di quel biglietto a basso prezzo ricade sull’ambiente e dunque su tutti noi. La maggior parte dei gas serra proviene dagli aerei civili (nei quali ogni passeggero produce 285 gr. di anidride carbonica (CO2) per Km.), con l’ 81% delle emissioni di CO2 nel 2018, contribuendo al riscaldamento globale per il 5% (dati dell’International Council on Clean Transportation – Icct). Con la globalizzazione delle mete si è passati dal turismo di massa al turismo globale. Gli spostamenti a basso impatto ambientale (treno, auto elettrica) possono essere incentivati da un’autentica politica ecologistica, ma i mezzi di trasporto sono solo una parte del problema. Il turismo genera problemi ambientali come la cementificazione, la distruzione della biodiversità, i rifiuti, ecc. A questi si aggiungono il sovraffollamento el’invivibilità della località turistica, la carenza di alloggi ad uso abitativo e le diseguaglianze sociali ed economiche tra i lavoratori del settore. Occorre frenare e ridimensionare un sistema che ha raggiunto degli eccessi inaccettabili. Limitare il turismo significa preservare i beni comuni che alimentano il turismo stesso, nonché eliminare certe abitudini tanto inquinanti quanto radicate, come il diritto alle vacanze ovunque. La Carta di Amalfi sotto tale luce non risponde al problema del sovraffollamento estivo, in quanto si suggeriscono interventi finalizzati solo a distribuire il peso della pressione turistica senza intervenire sulle sue cause deleterie. Anzi nel comma introdotto dalla frase “maggiore flessibilità nelle assunzioni di personale […]”, si giustifica incautamente una disparità sociale tanto a significare l’impossibilità di immaginare qualsiasi turismo, anche quello “sostenibile”, finché questo settore sarà iscritto in un’economia basata sul principio di crescita illimitata, insostenibile per natura, in quanto non fa i conti con i limiti del Pianeta Terra.

Si potrà parlare davvero di sostenibilità, solo costruendo una dimensione piccola, locale e pianificata del turismo, che guardi alla qualità della vita per tutti, alla redistribuzione del reddito e al rispetto dei diritti e dell’ambiente, e nella quale il turismo non sia l’unica attività economica di un luogo, bensì una tra le tante. La fine dell’attuale modello turistico è già in atto. Un altro aspetto degli eccessi del turismo, per i problemi sociali, economici ed ambientali provocati, sarà legato alle conseguenze del riscaldamento globale, che determinerà l’impossibilità di recarsi in vacanza in molte mete oggi popolari. Il motivo sta nell’aumento delle temperature e dell’umidità, che provocherà un crollo delle presenze turistiche nei Paesi del Mediterraneo e un considerevole aumento nelle aree oggi fredde e piovose. Nel Paese che ancora considera il turismo il suo petrolio, presto farà troppo caldo per stare in spiaggia, sciare in montagna, visitare i monumenti storici. È un intero settore economico che sta per crollare, da considerare come fine di un certo turismo che, oltre l’avvenimento epocale, richiede una distribuzione più armonica delle presenze e una gestione più ecologica degli spazi del tempo libero. L’inquinamento prodotto dai mezzi di trasporto utilizzati (automobili, moto, aerei, navi da crociera) per raggiungere le mete turistiche rappresenta uno dei principali contributi alle emissioni di gas climalteranti. Occorre un cambiamento culturale ed economico che incentivi il trasporto pubblico, collettivo e pulito. Gestire la presenza a seconda del mezzo di trasporto utilizzato può far parte delle soluzioni per la fine del turismo: chi arriva in treno, con linee di trasporto pubblico su gomma (v. BUS ITALIA) o in bicicletta può accedere liberamente a un luogo, mentre chi prende l’auto, linee di trasporto privato per terra e per mare o l’aereo deve pagare una tassa salata e sarà così disincentivato a inquinare. Un suggerimento per la Carta di Amalfi. Oltre l’aviazione civile, di cui si è detto, il settore turistico che più contribuisce all’inquinamento globale è quello delle navi da crociera con 500 chilogrammi di CO2 per 2000 km. di viaggio per ogni turista (secondo Icct). Si tratta di una forma di vacanza insostenibile per inquinamento atmosferico (ogni giorno una singola nave da crociera scarica in atmosfera la stessa quantità di poveri sottili prodotta da un milione di automobili) e marino, oltre disturbare la fauna. Bisogna proibire l’approdo di queste enormi imbarcazioni, come anche limitare l’uso degli aerei per i soli viaggi intercontinentali, eliminando la facilità degli spostamenti veloci e accessibili su grandi distanze per mete invece raggiungibili comodamente e piacevolmente via terra, finché non potranno essere mezzi del tutto sostenibili.

L’inquinamento ambientale ha già generato problemi irreversibili che andranno a incidere sulle generazioni future. Ripristinare le linee ferroviarie dismesse, incentivare i mezzi pubblici e le piste ciclabili sarebbe anche un modo per privilegiare quella lentezza degli spostamenti che renderebbe la società e le persone più rilassate e felici. Per pensare a un nuovo tipo di turismo, magari basato anche sulla prossimità territoriale e la riscoperta di un viaggiare lento a misura d’uomo, occorre in primis pensare a una riduzione dei tempi di lavoro. Senza la riduzione dell’orario (sei ore anziché otto) e/o dei giorni di lavoro (quattro anziché cinque), non si riduce lo stress delle persone e il loro desiderio indotto per vacanze e ferie imposte in determinati periodi dell’anno, per weekend lontano da casa. Lasciando invece più tempo libero dal lavoro e quindi dando possibilità di scegliere meglio il periodo della vacanza, si potrebbe contribuire a eliminare il sovraffollamento delle destinazioni tipiche nei periodi di cosiddetta alta stagione, favorendo la cosiddetta destagionalizzazione, accelerata dal riscaldamento globale: i mesi estivi sono troppo caldi per una vacanza piacevole, mentre i periodi primaverili e autunnali risultano più miti ed accoglienti. Il lavoro eccessivo è quindi un altro aspetto critico dell’insostenibilità dell’attuale modello turistico, oltre quello dei mezzi di trasporto inquinanti. Un ultimo grande campo in cui intervenire è quello della pianificazione. Nello specifico, si tratta di imporre un freno alla conversione di spazi abitativi in alloggi per affitti brevi, alla sottrazione di spazio pubblico e alla cementificazione. Nel caso delle locazioni turistiche la legge n.191/2023 (che ha istituito l’obbligo di un codice identificativo) non pone alcun limite al numero di appartamenti e di notti da poter destinare ad Airbnb, mentre in Francia la normativa consente ai sindaci di limitare gli affitti brevi per periodi superiori ai 120 giorni all’anno: altro suggerimento per la Carta di Amalfi. Pianificare significa anche garantire il diritto alla casa per i residenti, ridurre il numero di attività commerciali destinate ai turisti a favore di una città vista come un luogo da vivere e non da consumare. La fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza, nelle quali il viaggio è lungo, fa parte dell’esperienza e la meta è soprattutto uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé.

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