I Quarti di Coppa Italia contro il Como arrivano in un momento nient’affatto ideale per il Napoli, nel bel mezzo di una crisi emotiva che sta devastando Buongiorno, con conseguente drastica riduzione del suo rendimento. Il calcio poi sa essere perfido, nel senso che quando le cose vanno male, in ossequio alla “legge di Murphy”, solitamente peggiorano. Per cui, una squadra già piena di infortuni, che oggettivamente ne hanno decimato la rosa, deve ovviare in qualche maniera anche all’assenza di McTominay, tenuto precauzionalmente a riposo, in vista del match con la Roma.
Per non compromettere gli equilibri raggiunti grazie al 3-4-2-1, Conte si affida alla tecnica di alcuni giocatori, affinché rendano più fluido lo sviluppo della manovra, al cospetto di un avversario in grado di utilizzare in maniera efficiente i princìpi implementati da Fabregas. Le caratteristiche dei lariani sono note: atteggiamento mai passivo, pressing e riaggressione, anche in porzioni del campo medie o avanzate. Un modo di approcciarsi che richiede grande atletismo e nessuna insicurezza. Specialmente se vuoi andare in transizione, sfruttando l’immediata verticalità successiva al recupero del pallone.
Prevedibile, dunque, la scelta dell’allenatore salentino di nascondere le debolezze attuali affidandosi alle letture dei diversi momenti di gara, considerando la strategia degli ospiti di inibire il possesso con un prevedibile orientamento a uomo. Se da un lato gli azzurri costruiscono la base del palleggio puntando sulla risalita dal basso, coltivata con cura e pazienza, l’assenza di McT ne inibisce i consueti sviluppi. Perché privata dello scozzese, l’azione si appiattisce, diventando in un certo senso più rigida, almeno centralmente. Insomma, dentro un giropalla più cerebrale si evidenziano maggiormente i limiti di una squadra che non è sempre a suo agio se amministra senza accelerare.
ARMONIE, GEOMETRIE E DISATTENZIONI
Inoltre, schierando Mazzocchi, meglio di Gutierrez, che a piede invertito appare inadatto a definire il ruolo in fase propositiva, e Olivera, il Napoli perde un pizzico di spessore nell’uscita del pallone. Entrambi sono atleticamente dotati per coprire tutta fascia, però peccano se devono lavorare a difesa schierata. Perciò, mettendo sugli esterni due terzini (sarà un limite del linguaggio giornalistico definirli profili di fatica?), i vantaggi dati dalla fluidità posizionale si spostano negli half space. E vengono rappresentati plasticamente (poco) da Giovane e soprattutto Vergara. In una partita incentrata sull’intensità dei duelli, la mobilità delle sottopunte si trasforma in una imprescindibile arma offensiva. Il prodotto del settore giovanile sembra ispirato, e cerca di associare il talento al dinamismo.
Eppure, il Napoli non trova il bandolo della matassa, nonostante non gli manchino armonia e geometrie. Le prime garantite da Elmas, che ormai è una sorta di “universale”: si trova bene in relazione con i compagni ed in ogni posizione. Conte gli chiede qualsiasi cosa ed il macedone esegue. Ergo, può giocare ovunque, addirittura all’interno della stessa partita. Del resto, un centrocampista così pratico ambisce ad acquisire lo status di tuttocampista, buono per la lotta ed il governo. E poi c’è Lobotka; facile ridurre le sue qualità alla sola regia, quella innegabile capacità di anticipare come si muoveranno gli avversari, scannerizzando zone teoricamente impossibili da esplorare, dando vita alla forma del calcio contiano, andandosi a trovare i punti migliori in cui ricevere, sottraendosi alla cura di Sergi Roberto. E dopo inclinare il campo con passaggi taglia-linee.
Peccato che quando i tempi parevano fisiologicamente maturi per concretizzare l’enorme volume in termini di possesso, il Como è passato in vantaggio. I partenopei abbassano un attimo la soglia dell’attenzione. Quindi, un lancio millimetrico di Perrone fa collassare la struttura difensiva dei padroni di casa: una traiettoria ambiziosa coglie Mazzocchi fuori posizione. Valle gli taglia alle spalle e crossa, trovando sul palo opposto Smolcic, che Olivera gestisce con apprensione, abbattendolo. Mortale della favola, rigore trasformato da Baturina e lariani in vantaggio.
COSE DA GENIO ED ERRORI GROSSOLANI
A inizio ripresa Vergara riscrive la storia della partita con una incursione simile all’azione che gli permise di segnare il suo primo gol in Serie A, alla Fiorentina. L’imbucata di Hojlund, prototipo del perfetto attaccante centrale, abile nel fare le sponde e giocare per gli altri, fa saltare la disposizione della retroguardia del Como. Basta un ritardo nella chiusura e si apre un ampio corridoio centrale. A quel punto, il ragazzino ha una intuizione. Si inserisce con tempismo dalla seconda linea e attacca la profondità, continuando con veemenza la propria corsa, fino a calciare alle spalle di Butez. D’altronde, cos’è il genio, se non riuscire a scovare una soluzione, in una situazione del genere. L’ossessione per lo spazio; la capacità di leggere il vuoto determinato dal centravanti, che viene incontro e sa lavorare in post, come se fosse un pivot della NBA.
Da lì in avanti si è capito che sarebbe stato un gioco di sottili equilibri, centimetri e dettagli. Nessuna delle due ha scelto di trincerarsi attorno ad un atteggiamento conservativo. Anzi, in un contesto com’è quello del nostro calcio, tendenzialmente orientato a mortificare la tecnica abbinata al coraggio, Napoli e Como hanno continuato a giocarsela, senza paura di mettere a repentaglio il risultato. Alla fine i rigosi sanciscono l’eliminazione dei Campioni d’Italia, che mancano un altro obiettivo stagionale.
Perdere così non lascia mai sereni, specie se la Coppa Italia poteva coronare una stagione resa complicatissima dall’annoso problema degli infortuni. Adesso in molti fanno a gara per scendere dal carro di Conte, ma la squadra ha dimostrato di avere comunque una precisa identità. Ora bisogna voltare pagina e pensare al campionato. Perché il progetto resta solido; serve solamente trovare la forza emotiva per portarlo avanti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
