di Michele Vidone
Le parole del direttore generale Anna Iervolino arrivano in un momento estremamente delicato per l’Azienda dei Colli e per l’Ospedale Monaldi, al centro delle indagini sulla morte del piccolo Domenico Caliendo dopo un trapianto di cuore.
Iervolino ha scelto una linea netta: rivendicare il proprio ruolo tecnico e respingere, almeno per ora, l’ipotesi di dimissioni. Ha sottolineato di essere “pagata per lavorare” e di voler continuare a farlo, lasciando alla magistratura il compito di accertare eventuali responsabilità. Un passaggio chiave è proprio questo: la distinzione tra responsabilità giudiziarie — ancora tutte da verificare — e responsabilità gestionali o politiche, su cui invece cresce il dibattito pubblico.
Molto forte anche il riferimento alle ispezioni, definite invasive ma utili a confermare — secondo la direttrice — la correttezza dell’operato della governance sanitaria. Una difesa istituzionale, quindi, che punta a trasmettere l’idea di una struttura solida nonostante la tragedia.
Più controversa è invece l’affermazione finale, in cui Iervolino allarga il concetto di responsabilità fino a includere questioni globali come guerre e sfruttamento minorile. Un passaggio che può essere letto come un tentativo di richiamare una responsabilità collettiva, ma che rischia anche di apparire fuori contesto rispetto a una vicenda concreta e molto circoscritta, che riguarda un singolo caso clinico e possibili errori medici.
Nel frattempo, la vicenda resta aperta su più fronti: giudiziario, sanitario e umano. Da un lato le indagini dovranno chiarire cosa sia accaduto durante il trapianto; dall’altro resta il dolore della famiglia e la pressione su un sistema sanitario chiamato a dare risposte chiare e rapide.
