A Limassol (Cipro) il karate targato FIJLKAM scrive l’ennesima pagina da mandare agli annali: ai Campionati Europei Giovanili, infatti, la spedizione azzurra chiude al terzo posto nella classifica generale, alle spalle di Ucraina e Slovacchia, entrambe capaci di conquistare quattro ori. Ma l’Italia si aggiudica comunque il primato per numero di medaglie conquistate: 15 in totale (3 ori, 6 argenti e 6 bronzi). Fulvio Sole, uno dei tecnici della Nazionale, ci accompagna nel racconto delle gare.
“Siamo arrivati due volte in finale per l’oro con il kata, ottimizzando i risultati con un perfetto due su due. Poi su sette finali per l’oro nel kumite ne abbiamo vinta sola una. Il colore della medaglia talvolta è un dettaglio. Quel che conta davvero è il lavoro che sta alla base, frutto di applicazione e programmazione. Senza trascurare entusiasmo, energia e positività, nella sofferenza, espressa da tutti i ragazzi. Perché nell’agonismo il talento, da solo, senza impegno massimale, applicazione maniacale e feroce determinazione, non è mai sufficiente…”.
Il kata rispetto al kumite (combattimento a contatto controllato, n.d.a.), estremamente situazionale, è ciclico per antonomasia. Magari ai neofiti potrà apparire anche ripetitivo. Eppure, rappresenta l’elogio della forma, intrigante ossessione per la perfezione del gesto tecnico, quintessenza della tradizione, con lo sguardo sempre aperto verso il futuro. Quindi, reinterpretata in chiave moderna.

“In linea generale, i risultati conseguiti nel kata dimostrano che la scuola italiana sta tornando ad essere un punto di riferimento anche per la concorrenza. E’ confortante notare che i coach di altri paesi venivano a guardare i nostri durante le fasi di attivazione o mentre ci riscaldavamo nel warm up. Personalmente, non ho mai scopiazzato; anzi nella realizzazione di alcuni bunkai ho addirittura azzardato qualcosina, uscendo dai soliti canoni interpretativi. Per esempio, non può che fare piacere ricevere i complimenti dei tecnici del kumite per applicazioni veritiere, molto simili a quelle del combattimento reale…”.
Insomma, una bella responsabilità per questi ragazzi e ragazze, che non hanno disperso il loro potenziale talento. Anzi, hanno contribuito ad arricchire il medagliere azzurro con 6 medaglie complessive, in un contesto numerico che prevedeva 1.200 atleti provenienti da 47 Paesi. Da non scaricare su nessuno, perché la consapevolezza conta quanto le abilità nei fondamentali. Poche parole e zero alibi, da parte di chi voleva alzare l’asticella delle ambizioni, prima di tutto con sé stesso, all’interno dello Spyros Kyprianou Athletic Center.
“Il concetto di ranking obbliga a non abbassare mai troppo il livello prestativo. Ogni giorno devono dunque affrontare una pressione emotiva, funzionale ad avere poi una performance sempre altissima. Essere al centro di un giudizio continuo genera tensione, un carico psico-fisico costante. Non tutti hanno la personalità per reggere questo tipo di aspettative. Però chi si abitua più in fretta a questa situazione, che talvolta definisco macchina infernale, allora potrebbe veramente affermarsi. Ma bisogna avere un sostrato forte; un percorso formativo che li supporti nel tempo. Altrimenti, il rischio è che vincano una tantum e dopo si eclissino!”
Quante medaglie dal kata

Legittimo pensare che l’eredità più grande di questo Europeo giovanile rimangano le medaglie conquistate dalle squadre (“Tutti sono stati bravi a mantenere il focus attentivo, remando nella medesima direzione, accogliendo il proprio ruolo all’interno del team, con l’obiettivo quantomeno di dare sempre il meglio. Del resto, ogni team era formato da quattro protagonisti. Per cui, ciascuno ha contribuito con il proprio 25% al risultato finale…”). Una promessa di avvenire abbastanza luminoso. Due gli ori per i team maschili. L’U21, formata da Di Rubba, Sergi, Matacchioni e Pappalardo, vince contro la Francia (4-1).
“In linea generale, mi piace sottolineare il percorso della U21, un progetto messo in piedi pochi mesi prima che cominciasse l’Europeo. Abbiamo dovuto lavorare tanto per accomunare il talento tecnico abbinandolo alla loro fisicità, con raduni pesanti. Ognuno ha portato in questa avventura il meglio di sé. Non va trascurato che in finale di pool con la Spagna e poi nella finalissima contro la Francia hanno dovuto vedersela con avversari che schieravano per due terzi membri della nazionale seniores”.
L’U18 composto da Freda, Putelli, Rosiello e Nardaccio, domina la finale contro la Spagna con un netto 5-0.
“Concentratissimi, in palla, volevano davvero questa medaglia. E poco importa che la Spagna sia stata squalificata per eccessiva teatralità. Credo che avremmo vinto comunque”.
Mentre i team femminili si mettono al collo due bronzi. L’U21 (Crucitti, De Gregorio, Dominici e Padoan) vede il suo percorso bloccato in semifinale dalla Spagna; rifacendosi nella “finalina” contro l’Ungheria.
“Hanno dimostrato una differenza tecnica detonante, tirandosela fino all’ultimo nella semifinale contro le iberiche”.

L’U18 (Dublino, Esposito, Orsetti e Tagliabue), invece, ferma temporaneamente la sua corsa nella semifinale con la Francia. Poi batte la Germania.
“Dal punto di vista tecnico hanno espresso punte di valore assoluto. Con il tempo, consolidando l’affiatamento, potrebbero rappresentare un patrimonio”.
Le speranze rivolte nell’individuale sono state confermate da due meritatissimi bronzi nella categoria U21: Roberta Dominici ha superato la georgiana Khurtsilava (4-1); Vincenzo Pappalardo regola il rumeno Modi con un indiscutibile 5-0. A un passo dal podio, infine, Lucio Marchese nella Juniores, classificatosi al quinto posto.
“Sono tutti lì, nel novero di quelli che devono lavorare per limare qualche piccolo dettaglio. Ma la strada è quella giusta!”.
Un passato da interprete versatile
La cosa più difficile, nel mestiere di coach, è scegliere chi convocare. Al di là della mera valutazione circa il talento, vige una regola non scritta: prendere chi sa “fare gruppo”. L’etica, intesa come radicata cultura del lavoro, associata alla convinzione che le cose vadano fatte in una certa maniera, in apparenza può essere un fardello pesante. Specie se diventa la lente attraverso cui guardare sé stesso. Nondimeno, aiuta a vincere. O comunque, pone solide basi su cui poggiare le proprie ambizioni.

“In qualità di tecnici, dobbiamo gestire la rabbia o la delusione di chi viene escluso. Ed al contempo, la responsabilità che ricade sulle spalle dei convocati, ragionando in maniera diversa a seconda della composizione delle squadre rispetto agli individualisti. Non dimentichiamo che siamo sì una federazione sportiva, chiamata a confermare in termini pratici la bontà delle nostre scelte. Ma in quanto educatori e non solo coach, dobbiamo garantire adeguato supporto emotivo, senza turbare il loro equilibrio. Il rischio concreto che possano precipitare in un burrone è attenuato dal fatto che ci tengono alla nazionale. E quando sei preso, la soglia dell’attenzione si alza in maniera esponenziale. Perciò, non chiediamo mai di vincere, ma di palesare tutta la voglia di dare il massimo. Non è importante il colore della medaglia, bensì come affrontano le difficoltà insite nel percorso. Questi devono essere momenti assai formativi: una piacevole parentesi per chi magari sceglierà di fare altro nella vita…”.
Fulvio lo sa bene. Avendo un passato agonistico importante. Uno dei pochissimi atleti contemporanei a eccellere sia nel kumite che nel kata.
“Mi sono sempre ispirato al principio della ciotola da svuotare ogni volta che si riempie; non può contenere nulla se è ancora colma. Così, cercavo di arricchire il mio bagaglio tecnico di nuove conoscenze o esperienze. Senza alcun pregiudizio. In questo, sicuramente ispirato da mio padre Mirko; un grande combattente, che praticava svariati sport da contatto e discipline da tatami. Inoltre, sono per indole molto curioso. Certo, una volta che diventi un professionista del karate, scegli e ti alleni prevalentemente in funzione dell’obiettivo sportivo. Io però avevo l’ambizione di essere uno dei pochi a dimostrare di poter fare bene entrambe le cose. Il segreto? La capacità di reinventarsi e trarre spunto da stimoli diversi. Un atleta vive all’interno di un mondo emozionale, e gli stimoli continui ispirano le forti motivazioni che ci spingono ad agire quotidianamente verso un obiettivo prefissato…”.

Insomma, un mucchio di titoli italiani in entrambe le specialità ne testimoniano la versatilità. Oltre a una indubbia apertura mentale.
“L’approccio di chi fa l’una o l’altra specialità è differente. Nel kata si ricerca in maniera quasi compulsiva la perfezione del gesto tecnico. Una maniacalità che magari non troverai mai. Oppure la raggiungi quando non ti serve. Il kumite è per sua essenza adattamento continuo; reagire a stimoli imprevedibili portati dall’avversario. All’interno del contesto dinamico di un combattimento, puoi commettere una disattenzione e rimediare. Nel kata, invece, l’errore non è contemplato. O meglio, va letto alla stregua dell’aforisma che mi ha trasmesso uno dei miei Maestri, Ilio Semino: «è un po’ come scrivere direttamente in bella con la penna; non sono ammesse cancellature». Quindi, concentrarsi una tecnica alla volta. E non pensare all’eventuale errore commesso nel passaggio precedente…”.
Fiamme Gialle & Dream Team

Quello è il periodo in cui il G.S. Fiamme Gialle riesce a costruire un vero “dream team”, una squadra praticamente pazzesca in termini qualitativi, mettendo insieme a Fulvio altri due campioni straordinari del livello di Lucio Maurino e Luca Valdesi. Profili con uno spirito competitivo allo stato puro, cui frulla in testa un mantra perfetto: “cosa devo fare per migliorare”. Tutti e tre pretendono da loro stessi di più rispetto a quello che poi chiedono agli altri.
“Grandi meriti vanno riconosciuti al Direttore Tecnico del gruppo sportivo, il Maestro Claudio Culasso. Riusciva a mixare perfettamente le nostre personalità, assorbendo e stemperando qualsiasi tensione o capriccio. In generale, eravamo un gruppo ricco di talento, dove sia gli atleti di kata che quelli di kumite volevano sempre dimostrare qualcosa. Ogni atleta è un pizzico vanitoso. Ma la nostra non era mera estetica fine a sé stessa. Bensì, solida concretezza. Questa ferrea volontà di eccellere era il motore trainante; obbligava ciascuno di noi a mantenere il medesimo livello di chi in quel momento tirava la volata. Qualcosa assai simile alla teoria dei vasi comunicanti. Nel senso che funzionavamo, come squadra di kata o più in generale come gruppo, perché spostavamo continuamente un po’ più in là l’asticella degli obiettivi, influenzandoci in positivo vicendevolmente…”.

Oro ai Mondiali Universitari di Kyoto (2000), battendo i padroni di casa, con un Gankaku da antologia.
“Con lo stile che contraddistingue i giapponesi, dopo un attimo di smarrimento, il pubblico ci tributò un lungo e sentito applauso, riconoscendo la nostra superiorità tecnica. Al punto che anche gli avversari vennero a complimentarsi. Nel frattempo, io pensavo di aver vinto nella patria del karate; qualcosa del tipo, se sto sognando, non svegliatemi. Cosa fece la differenza? I passaggi in equilibrio monopodalico, che sono il focus del kata, e gli yoko geri. I giapponesi tiravano keage, cioè frustando il calcio laterale. Noi, invece, kekomi. Ovvero, una distensione potente della gamba, attraverso un forte uso dell’anca!”.
Nello stesso anno, argento agli Europei di Istanbul, dietro alla Spagna (“Peccato, due piccoli sbilanciamenti, altrimenti finiva diversamente…”), sempre con il kata della “Gru sulla roccia” come cavallo di battaglia.
Novità vs conservatori

Dopo un’edizione dell’Europeo giovanile che ha portato un diluvio di complimenti, c’è comunque chi storce la bocca. Del resto, il kata in forma agonistica suscita continuamente le rimostranze di una nicchia. I famigerati “ayatollah” della tradizione. E poco importa che le esecuzioni siano state di livello assoluto. Invece di applaudire, gli intransigenti sostenitori di un purismo esasperato e conservatore attaccano. Per loro, le lunghe pause tra blocchi di tecniche o la respirazione diaframmatica snaturano l’essenza della pratica marziale. In tal senso, le modifiche apportate al regolamento dalla Federazione recepiscono i dettami della WKF, che impone di ridurre la “teatralità” a favore della tecnica.
“Personalmente, sono cresciuto con un imprinting orientato al karate tradizionale, inculcatomi da Semino. Detto questo, non comprendo chi vuole speculare sulla trasposizione sportiva di un’arte marziale. Presumo che proprio l’entrata in vigore del nuovo regolamento contribuisca a sgretolare le obiezioni mosse da chi critica il kata in forma agonistica. Qualcuno ne fa anche una questione di efficacia, ma i parametri di valutazione comparativa della tecnica sportiva presuppongono velocità e abilità nei fondamentali, adeguati, cioè connessi al regolamento, sempre orientato a tutelare l’incolumità fisica di un ipotetico avversario. E ancora, la questione del tallone che si alza; ma se compi una rotazione alla massima velocità, il corpo si adatta naturalmente al cambio repentino di direzione. Altrimenti rischi di creare un trauma su un’articolazione che resta fissa. Insomma, ho l’impressione che come nel calcio, alla fine queste diventino discorsi da bar…”.
In tal senso, se l’obiettivo era difendere il primato ottenuto nell’edizione dello scorso anno a Bielsko-Biała, in Polonia, dove l’Italia aveva chiuso in testa al medagliere con sei titoli continentali e quattordici medaglie complessive, davanti a Francia e Ucraina, allora l’edizione cipriota certifica la forza del vivaio azzurro. Con il kata pronto a battagliare per salire sul podio.

In definitiva, l’attenzione della FIJLKAM alla programmazione, e di conseguenza, l’idea di concedere del tempo, per favorire un processo di crescita, non è un semplice slogan. Bensì una regola essenziale, dove conta la strategia. E “noi” diventa un dettaglio filosofico da perseguire.
“Le medaglie conquistate a Cipro sono la punta di un iceberg. Sotto c’è una base solidissima, che consente di valorizzare le società ed i club sull’intero territorio, affinché si esprimano al meglio. Il principio ispiratore non è sfruttare un prodotto, ma costruire futuri uomini e donne, consapevoli e responsabili. Come? Attraverso una programmazione attenta e minuziosa, che favorisce un meccanismo articolato com’è la simbiosi tra le varie componenti tecniche: la C.N.A.G. (Commissione Nazionale Attività Giovanile, n.d.a.), lo staff della Nazionale Seniores e la Direzione Tecnica. Ciascuno porta le proprie idee, senza timore di non essere ascoltato. Oppure che altri soffochino il lavoro altrui per esaltare sé stessi!”.
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