Il sogno di qualsiasi ragazzino che faccia sport resta quello di diventare un “fenomeno” nella disciplina praticata. Lucio Maurino, per esempio, è riuscito a coronarlo. D’altronde, ogni tappa della sua carriera agonistica racconta una storia entusiasmane. Sembra passata una vita da quando mieteva successi nel kata, diventando uno degli esecutori più fascinosi della specialità. Di lui si è parlato per le vittorie individuali, che apparivano già fuori scala, prim’ancora di dar vita al Dream Team, assieme a Luca Valdesi e Vincenzo Figuccio, in grado di cannibalizzare letteralmente le competizioni a squadre sul piano internazionale. Del resto, la formula non era quella classica ed il terzetto rappresentava una sorta di freak tra le più micidiali nel karate moderno, difficile da trovare nella concorrenza: tecnica sopraffina associata a un controllo del corpo fuori dal comune nei vari passaggi. Caratteristiche mixate con la maniacalità negli allenamenti, la giusta dose di cattiveria agonistica una feroce determinazione.

“Uno dei segreti del nostro connubio è legato al fatto che fossimo innanzitutto figli d’arte, quindi con una mentalità genitoriale orientata a creare le condizioni affinché potessimo sopportare determinati stress. Questo ci ha permesso di incanalare i nostri prerequisiti fisici e tecnici nella giusta direzione, considerandolo come una opportunità. Così da consentirci di raggiungere un livello discretamente alto. Il risultato finale di quel mindset ha influenzato il modo come tutti e tre ci approcciavamo al lavoro, stimolandoci a migliorare costantemente. Responsabilizzandoci quando ci allenavamo da soli, nelle nostre sedi, e poi ci riunivamo per sincronizzarci come squadra…”.
Lecito, tuttavia, interrogarsi su cosa succeda quando le luci della ribalta si spengono. O peggio, se il percorso giovanile non sfocerà in coppe varie e medaglie assortite. In effetti, buona parte di chi vive tali esperienze finirà per intraprendere altre strade professionali. E che dire della miriade di appassionati, vogliosi (a prescindere dall’età) di praticare in maniera ludica, pur non avendo alcuna velleità da campione, ma per il gusto di svolgere un’attività motoria, combinando il divertimento del gioco con l’esercizio fisico.
“Personalmente, verso la conclusione della mia carriera ho cominciato a guardare le cose immaginandole come una piramide rovesciata. Da giovane agonista vedi la cima, e fai del tuo meglio per raggiungere l’apice. Col tempo, una volta arrivato in vetta, cambiano le priorità. Quindi ribalti la piramide, diventano altri i punti chiave. Allora, ho cominciato a spaziare, approfondendo diverse realtà marziali, tipo aikido, jujitsu, oltre allo stile di karate Uechi Ryu e Koryu Uchinadi Kenpo-Jutsu. Insomma, la sintesi di diverse discipline da combattimento. Volevo guardare al karate con un’ottica diversa, studiando e praticando anche gli aspetti culturali e filosofici, al di là della tecnica. Consapevole che certi valori, etici e morali, accompagnano chi pratica per tutta la vita!”.
Approccio olistico, equilibrio totalizzante
Fatti alla mano, una volta appeso il karategi al fatidico chiodo, Maurino non ha puntato sul nome o l’immagine, iniziando a prendere molto sul serio questa domanda. Sviluppando un sistema che consenta di acquisire le basi del movimento, spendibili ovviamente non solo nel karate. Si tratta di un approccio olistico, capace cioè di offrire programmi educativi integrati, che accompagnino l’individuo in molteplici aspetti della sua esistenza, così da raggiungere un equilibrio totalizzante: fisico, mentale e della socializzazione.

“Smesso di gareggiare, mi sono rimesso in discussione, ho ricominciato a sostenere esami, coltivando una grande passione per il concetto di movimento, fondamentale sia durante l’esercizio fisico, ma anche nella vita di tutti i giorni. Perché il corpo risponde ai diversi stimoli allenanti, perciò bisogna mantenerlo in esercizio. I concetti che propongo sono connessi all’idea di unire, favorendo l’interconnessione, tra più elementi. In primis, il karate, ma senza limitazioni legate ai vari stili, bensì come disciplina che permette al praticante di sensibilizzare aspetti meno legati all’agonismo. Per esempio, le tecniche di percossa o le leve articolari, senza trascurare la lotta a terra e gli strangolamenti. Ovviamente, l’approccio è più ampio e non trascende dalla preparazione fisica; cioè quel processo organizzato, funzionale a migliorare le qualità condizionali e coordinative, stimolando la capacità di sopportare carichi allenanti…”.
Maurino è una di quelle rare persone, nell’epoca dei social e della realtà artefatta da filtri mediatici, che va dritto per la sua strada. Per questo è tutto fuorché un profilo banale. Perciò vale la pena ascoltarlo. Lui è riuscito a farsi apprezzare con i suoi metodi da pedagogo moderno, che riflette la particolarità dell’approccio nel segno dell’empatia. In virtù di un notevole bagaglio intellettuale, non solo limitato al karate. Il progetto di cui parliamo è quello di prendersi cura delle persone in ogni sfera della loro vita, sul piano sociale e sportivo.
“Credo fortemente nella idea di valutare una persona, inteso come processo di osservazione, nel senso che per assicurare la qualità del movimento bisogna individuare prima i giusti esercizi. Chiunque abbia mai fatto un allenamento senza un’adeguata attivazione se ne è quasi certamente pentito, incappando poi in dolori o piccoli infortuni. Ecco, l’idea è quella di invertire i parametri: per esempio, non corro per allenarmi, bensì, voglio allenarmi per correre. Ovvero, pongo in essere una serie di regole, fisiche, nonché alimentari, tali da mettermi poi in condizione di correggere tutti quei movimenti o comportamenti disfunzionali che magari inibiscono il movimento stesso. In tal senso, diventano importanti concetti come la mobilità, intesa come l’abilità di muoversi in maniera desiderata e senza dolore. Da non confondere con la stabilità, cioè la capacità di resistere a un movimento indesiderato. L’abilità è il risultato di pratiche quotidiane; la capacità fa riferimento a un repertorio insito, che si sviluppa grazie a lavori specifici…”.

Consapevole che il movimento aiuti a migliorare il benessere psico-fisico e la qualità degli allenamenti, siano essi destinati a bambini, agonisti o semplici amatori. Ciascuna di queste categorie ha un limite, che deve essere raggiunto e laddove possibile superato, nel pieno rispetto della “macchina”. Senza distinzioni, perché lo sport è sì sana competizione, ma soprattutto gioia. Perciò, se Maurino guarda verso l’orizzonte vede un nuovo obiettivo: favorire lo sviluppo di abilità motorie e cognitive, affinché ne beneficino tutti, promuovendo inclusione e salute attraverso il movimento.
Spesso, negli stage o durante le lezioni periodiche che tengo come docente della Scuola dello Sport del Coni, mi piace sottolineare la differenza che passa tra attività fisica e salute fisica. La prima non afferisce necessariamente gli agonisti, ma comunque fa riferimento a chi si allena in maniera non sporadica o occasionale. Determina adattamenti fisiologici e stimola aspetti condizionali e coordinativi. La seconda invece, afferisce uno stato di benessere complesso e generale, che si può raggiungere includendo la qualità del movimento, uno stile di vita equilibrato e una alimentazione sana. Lo strumento è sempre il corpo, che va messo in condizione di lavorare senza dolore”.
Fenomeno culturale spendibile sempre
Riflettendo, muoversi è un fatto naturale, che lascia sempre un’impronta, segna il processo di crescita, consentendo di acquisire competenze che possono essere utilizzate fuori dal contesto sportivo. In tal senso, Lucio lavora per cambiarne la percezione anche a culturalmente; un’idea funzionale a trasformarlo in un fenomeno poi spendibile quotidianamente.

“Il movimento come forma per esprimersi e comunicare è assai inclusivo. Ovviamente, gli approcci poi devono essere diversi. Nei bambini, maggiormente esplorativo. Negli agonisti, più mirato e specifico. Sicuramente può essere considerato un fenomeno culturale, se consideriamo le persone come organismi biologici che si adattano a quello che fanno, ma anche a quello che omettono di fare. Per cui, un tenore di vita non sedentario, sapersi gestire nella nutrizione, o imparare a utilizzare il proprio corpo sono tutti mezzi per migliorarsi. Ovviamente, bisogna avere continuità e richiede impegno. Altrimenti gli effetti non avranno nessuna ricaduta positiva…”.
Chiaro che tali princìpi trovino una concreta applicazione in molteplici discipline sportive. Ma se torniamo per un attimo all’alveo ristretto del karate, è indubbio che ormai la fisicità non difetti agli agonisti, che a livello muscolare sono una garanzia. Mentre ci sarebbe qualcosa da sgrezzare e ripulire in termini di tecnica “pura”, che spesso viene subordinata alla pulizia nei fondamentali, spingendo addirittura ad affermare in certi casi: “Se solo la sua tecnica fosse pari a forza e resistenza!”.
“E’ un concetto spazio-temporale, che ricorda al corpo come muoversi negli aspetti più specifici, organizzandolo in funzione di un determinato scopo, affinché diventi efficace ed efficiente. Resta un elemento fondamentale del movimento. Io, per esempio, sin da bambino, avevo un’ottima mobilità articolare, oltre a una certa predisposizione multidisciplinare. Grazie agli insegnamenti di mio padre Domenico, il mio primo Maestro, ho fatto un percorso graduale per sviluppare le capacità motorie. E dopo, la tecnica. Credo che oggigiorno uno degli errori che si sta commettendo nello sport è imitare sin da piccoli il campione. Peccato che scimmiottare senza avere i giusti prerequisiti, ovvero senza avere la sensibilità di cogliere le caratteristiche che hanno reso tale il campione, non fa mai la copia uguale all’originale. Bisogna sviluppare una propria identità e avere un modo di esprimersi personale”.
Nessun dualismo, umiltà e non egocentrismo

Alla fine, quelli che coltivano pure la ricerca, nonostante non si debba tacciarli di ortodossia o esasperato tradizionalismo, forse praticano in modo leggermente diverso. Un desiderio comune a un mucchio di karateka; una necessità impellente per chi da tempo ha superato l’età dell’agonismo. L’essenza dell’arte marziale opposta alle gare: due aspetti solamente in apparenza contraddittori. In mezzo c’è una inesorabile crescita personale.
“Più si approfondisce la materia, gli aspetti più variegati nel processo di pratica, più ti rendi conto delle differenze. Ma proprio le teoriche diversità finiscono per avvicinare i praticanti, che guardano al karate come strumento di crescita ed evoluzione personale. Nessun dualismo, quindi, ma un punto di congiunzione, che accomuna la grande famiglia dei karateka. Necessario un approccio meno egocentrato, che mette a dura prova poiché presuppone una maggiore umiltà. Se è vero che il campione deve avere un ego molto forte, per sopravanzare agonisticamente ogni avversario, il praticante deve accantonare l’idea di voler dimostrare qualcosa. Direi, meno estetica e più funzionalità, con particolare riferimento a gesti sufficientemente curati sul piano tecnico. Ovvio, allora, che i contenuti del lavoro che si svolge siano diversi: dopo una certa età non ha senso praticare con modalità che riportino a metodologie tipiche di chi gareggia. Principi differenti, e maggiore attenzione alle relazioni tra persone!”.
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