Potrà sembrare banale per un agonista abituato a competere ai massimi livelli nazionali e internazionali, eppure Matteo Fiore non ha dubbi: l’oro conquistato alla Premier League WKF di Roma è tra i più belli che abbia mai messo al collo. Forse perché arriva dopo un momento complesso, causato da un infortunio tanto noioso quanto inibente. Perciò, il buio prima della luce rappresenta il giusto premio per chi non s’è mai arreso, affrontando difficoltà e dolori con quella feroce determinazione, tipica delle persone «normali». Che poi fanno cose eccezionali.

Da questo punto di vista, il racconto della medaglia negli 84 kg ha una certa epica, quasi da viaggio introspettivo, unito da un filo sottile, che lega in maniera indissolubile la gratitudine nei confronti di Stefano Maniscalco, alla devozione per la squadra: i ragazzi e le ragazze del G.S. Fiamme Gialle. Senza trascurare l’importanza della famiglia ed il sostegno discreto della fidanzata. Tutte componenti, che assieme alla sua testardaggine, hanno contribuito a un ritorno così fragoroso e dominante sul tappeto di gara.

A mente lucida, ripensando all’oro di Roma, giunto nel bel mezzo di una fase delicata per la tua carriera…

“E’ stato un periodo davvero tribolato, cominciato nel dicembre ’24, dopo il Mondiale a squadre di Pamplona, dove purtroppo l’Italia arrivò quarta, perdendo il bronzo contro il Giappone. All’inizio, non si capiva bene cosa fosse. Sentivo fastidio nella zona dell’adduttore, sembrava pubalgia. Perciò l’abbiamo trattata come tale. Ma non ne venivamo a capo. Adesso abbiamo finalmente capito che riguarda l’acetabolo. Ma all’epoca non sapevamo del problema alle anche. Per cui, da gennaio a maggio ’25, ho praticamente lavorato sul dolore, spingendo al massimo, poiché il calendario delle gare è compresso proprio in quella fase della stagione. Non sapere esattamente cosa hai ti condiziona fisicamente ed emotivamente. E’ frustrante stare a riposo per settimane e poi scoprire che appena riprendi ad allenarti, cominciando a spingere con le tecniche di gambe, torni il dolore. Senza contare che a peggiorare la situazione, ha contribuito pure uno strappo. In effetti, ho ripreso ad allenarmi bene sono a fine dicembre ‘25”.

Allora, è più l’emozione oppure la gratitudine per tutte quelle facce amiche che ti hanno supportato?

“Ovviamente, non è stato un periodo facile. La vicinanza di affetti e amici non è per niente scontata. In famiglia ho trovato un posto dove sfogarmi: mi hanno supportato e sopportato, oltre che caricato di energia positiva. Ricordandomi chi fossi. A parole è complicato esprimere tutta la mia gratitudine nei loro riguardi. Con mio padre Teo invece c’è sempre stato massimo equilibrio. Del resto, non è mai facile quando il rapporto umano può essere influenzato dal giudizio del tecnico, e viceversa. In tal senso, è stato bravo a non risultare oppressivo. Non ha portato il suo essere Maestro di karate in casa, consentendomi di avere i miei spazi. Però quando sono emerse le mie frustrazioni, e avevo bisogno del conforto emotivo di un padre, lui era lì. Ed il karate è passato in secondo piano. Poi c’è la mia ragazza, Laura: allenatrice di atletica. Mi ha fatto fare un notevole salto di qualità, insegnandomi ad essere attento in quei dettagli che fanno la differenza per un atleta professionista. Per esempio, in materia posturale, di nutrizione e recupero dalla fatica. Un supporto duplice, da compagna di vita e allenatrice”.

Emozioni giovanili e rinascita

Nelle storie di sport come la tua, contraddistinte da grandi rinascite, generalmente si parla di ossessione. C’è mai stato un momento in cui hai pensato che forse, tra gli acciacchi ed il dolore, non saresti tornato il «fenomeno» che eri stato in età giovanile?

“L’ho pensato fino a qualche settimana fa. Mettevo in dubbio il mio ritorno, immaginando come reinventarmi, se non avessi potuto fare più certe tecniche con la solita frequenza. O addirittura, non tirarle mai più. Perché, al netto delle medaglie, a me piace suscitare emozioni. Per cui, non mi appaga, tantomeno mi appartiene, speculare sul punticino. Ho vissuto tutto quello che accadeva nella mia carriera con grande umiltà, nel senso che non mi sono mai montato: un agonista è arrogante, ma solo nella sua testa. Ho sempre rispettato quello che succedeva, sia nelle fasi belle, che in quelle brutte. Ovvio, nelle difficoltà ero molto incazzato, come è normale che sia. Però, col tempo, ho capito che se non ci fossero stati i momenti negativi, non sarebbero arrivati neanche quelli positivi. Se penso che fino a qualche giorno prima dell’esordio a Roma ero inserito nella «replacement list». Poi, causa conflitto, il giordano Al-Jafari non ha potuto partecipare alla Premier ed io ne ho preso il posto. A quel punto, mi sono detto, stai tranquillo e divertiti. Resta coi piedi per terra, affronta il torneo con spirito di sacrificio, e fame di rivalsa”.

Nel corso della tua carriera avevi già avuto modo di metterti in evidenza nella Premier League. Agli esordi, nel 2023, era arrivato qualche podio importante e il riconoscimento del ruolo di outsider nella categoria, poiché molti avversari ti avevano citato tra i più difficili da affrontare…

“Due argenti consecutivi, al Cairo (gennaio ’23), perdendo contro l’ucraino Chobotar, e nella tappa di Rabat (maggio ’23), battuto dal giordano Al-Jafari dopo un match tiratissimo, concluso 4-3. Quindi, un quinto posto a Dublino (settembre ’23), sconfitto nella «finalina» dal giapponese Shimada. Mi ricordo che quella gara fu caratterizzata da un mucchio di intrecci e qualche giudizio arbitrale controverso. Ai Quarti ci ritrovammo dalla stessa parte del tabellone, io, Michele Martina e Andrea Minardi. Vinsi contro quest’ultimo 9-7, mentre Michele batteva il giapponese Shimada. La nostra Semifinale fu equilibratissima (1-1), ma persi causa senshu. Se vado con la mente a quel periodo, penso che l’infortunio patito alla caviglia a giugno dell’anno prima ha contribuito non poco a rivoluzionare il mio modo di combattere. Quando sei giovane ti senti padrone del mondo. Con un pizzico di incoscienza, immagini di poter raggiungere l’impossibile. Per cui strutturi un combattimento nel quale ti metti costantemente alla prova, a caccia della perfezione tecnica pressoché totale. Un atteggiamento che forse mi ha portato un po’ fuori strada, spronandomi, e al contempo, logorandomi”.

Nel biennio successivo hai continuato a coltivare il “sogno” di calpestare i tatami del circuito più prestigioso del karate mondiale, sforzandoti di rimanere competitivo…

“Due quinti posti, ma tanti segnali incoraggianti nel percorso di maturazione. Al Cairo (aprile ’24) trovo ai Quarti sulla mia strada l’egiziano Youssef Badawi, che arriverà in finale. Perdo poi il bronzo contro l’ucraino Valerii Sonnykh. Invece, a Parigi (gennaio ’25) mi sono dovuto arrendere di misura, 6 a 5 contro il marocchino Sriti”. Quel periodo coincide con la vittoria dell’oro a squadre con la Nazionale agli Europei in Croazia. Pochi punti in ottica ranking, ma una crescita mentale importante”.

A proposito di settore giovanile: tra Junior e U21 hai vinto con la Nazionale il bronzo agli Europei di Budapest (febbraio ’20) e l’oro mondiale a Konya (ottobre ’22), certificando la purezza cristallina di un talento naturale…

“Il bronzo agli Europei Junior in Ungheria, nei 76 kg, fu il primo podio importante a livello continentale. Vinsi contro il macedone Stojanovikj per 5 a 0. Lo sognavo talmente tanto che probabilmente è quello che sento di più. Da lì in avanti mi sono ripromesso di attribuire il giusto valore alle medaglie, considerandole obiettivi da raggiungere attraverso applicazione e determinazione. L’oro ai Mondiali U21 in Turchia, invece, mi ha permesso di finire sotto i riflettori, grazie a un percorso straordinario: prima di vincere col macedone Trajkovski avevo sconfitto il giordano Al-Jafari, considerato il grande favorito. La finale si disputava a ridosso del mio compleanno, tant’è che a chi mi chiedeva cosa avessi voluto per regalo, rispondevo un medagliere, convinto che avrei fatto benissimo”.

Qualità tecniche da Top Player

Se la Premier League rappresenta la massima competizione WKF, poiché è pensata per riunire i migliori atleti del ranking, così da garantire sempre incontri dal livello tecnico altissimo, a Roma hai fatto percorso netto…

“Nel cd. «Round Robin», cioè, il girone all’italiana composta da quattro atleti, dove bisogna affrontare tutti gli altri del gruppo, notavo che le tecniche entravano. Insomma, esprimevo tutto il mio karate, efficace e spettacolare. L’agonismo è fetente, perché non devi mai distrarti o peggio, sottovalutare l’avversario di turno. Eppure, vincevo; 4-3 con Ghazouani (Tunisia). Pensa a un match alla volta, come se fosse l’ultimo della giornata. Ecco l’ucraino Chobotar: 10-6. Dunque, divertiti e fai divertire il pubblico. Così nasce il 7-4 sul cileno Huaquiman. Generando una piacevole leggerezza, che non ha prezzo. Arrivato alla fase a eliminazione diretta, tutte le sensazioni positive descritte sopra si sono acuite, per cui il doppio 3-0 rifilato ai Quarti a Osman (Egitto) ed in Semifinale a Salarupa (Serbia) sono frutto di gestione dello spazio, senza esagerare, tantomeno espormi troppo ai contrattacchi avversari”.

All’atto conclusivo hai dimostrato una costanza e una qualità nel “tirare”, degna di un «Top Player» del tatami!

“La finale contro Gasparian, terzo nel ranking mondiale: l’avevo incontrato già due volte. Il bilancio era di una vittoria ciascuno. In entrambe le circostanze, tuttavia, i punteggi erano stati alti. Il russo attualmente è formidabile, sicuramente uno tra i più forti del circuito. Un atleta che tira con un ritmo altissimo. Anche se riesci a contenerlo, lui va sempre a mille. Lo mandi a vuoto, ma la sua energia non cala; resta intenso e combatte, mantenendo costante la pressione. Con uno così diventa complicato, perché vive per il momento. Quindi, ero preparato a fare la guerra. Anche se ho messo a segno il primo calcio e sono andato in vantaggio 3-0, ero consapevole che sarebbe stato un botta e risposta continuo. In effetti, l’alternanza nel punteggio ci ha portati sull’8-6 per me a pochi secondi dalla fine. Me la sono rischiata: avevo tre ammonizioni, se fossi uscito avrei perso il senshu. Era giusto assumere una strategia precisa. Lui è bravo a tirare di rimessa dal clinch. Negli ultimi 10” non potevo né uscire, tantomeno legare. La soluzione logica era giocarsela punto a punto. Onestamente, mi sentivo abbastanza sicuro nel gestire la situazione. Sapevo di poterla controllare. Gasparian è riuscito a pareggiare sull’8-8 a tre secondi dalla fine. Ma all’ultimo scambio, ho infilato la tecnica decisiva, fissando il risultato sul 9-8”.

Hai sempre sostenuto quanto, nella sofferenza, sia stato fondamentale Stefano Maniscalco: il lavoro quotidiano in palestra e il suo starti vicino emotivamente. Cosa ha visto in te una icona dei pesi massimi per prenderti sotto l’ala protettrice?

“Stefano è stato incredibile, perché ha fatto cose che pochi coach fanno, standomi vicino a livello umano. Quando i momenti negativi si susseguono, e due anni senza medaglie non sono pochi, altri potevano tranquillamente mollarmi. Invece lui ha continuato a ripetermi che sarebbe tornato il mio momento. Così, ti rendi conto che se una leggenda del karate crede nelle tue capacità, allora devi farlo anche tu. Poi, sul piano tecnico-tattico, è un profondo conoscitore del kumite. Per cui, abbiamo lavorato tantissimo su alcune lacune tecniche, specialmente nel periodo in cui non potevo usare le gambe in allenamento. Cercava di ricreare in allenamento le situazioni basilari che poi avrei trovato in gara, perfezionando requisiti tipo assetto o guardia”.

Azzurro e Fiamme Gialle

Deve essere stato assai motivante, ed al contempo veicolare in te un radicato senso di appartenenza e responsabilità, la consapevolezza che la Guardia di Finanza ha una tradizione radicata di “campionissimi” (Benetello, Loria, Ferrarini, Artini, Perini, Quarta e lo stesso Maniscalco) nelle categorie di peso più pesanti…

“Sono cresciuto con il mito delle Fiamme Gialle. D’altronde, anche mio padre Teo ha fatto parte del Gruppo Sportivo. Per cui sento questa responsabilità. Non come un peso oppure un onere. Bensì, dando una accezione positiva alla cosa. Il senso di appartenenza è fortissimo, quindi mi stimola a dare sempre il meglio. Con Max Ferrarini il rapporto è solido; spessissimo mi fa da coach. Tra noi si creò subito una forte empatia. Mi ha aiutato tantissimo a farmi le ossa quando sono entrato; erano gli anni in cui il gruppo riapriva agli arruolamenti. Gianpaolo Quarta non è solamente il mio preparatore atletico, ma una figura fraterna. Devo ringraziarlo, perché mi ha insegnato a vivere nella sofferenza. In generale, tra i compagni di squadra ed il «supporting staff», ho trovato non solo figure professionali altamente preparate. Ma persone sinceramente coinvolte nel mio percorso, anche al di fuori di contesti strettamente connessi all’ambito lavorativo. Le mie vittorie sono le loro vittorie”.

E’ curioso, ma adesso, anche in chiave Nazionale, la concorrenza per lo slot dei pesi massimi si fa serrata, immaginando un “derby” con l’altro Matteo (Avanzini, n.d.a.). Senza dimenticare quanto possa fare da terzo incomodo Michele Martina…

“Immagino che sarà tosta, ma la concorrenza spinge a dare costantemente il meglio. La sana rivalità è qualcosa di positivo, in quanto obbliga a mettersi continuamente in discussione. In generale, penso che l’apertura sia una opportunità di crescita. In tal senso, fare sparring e scambiare con gli atleti della Cnag, è un valore aggiunto. Io per esempio sono stato uno dei pochi, in età giovanile, ad avere il privilegio di essere aggregato al gruppo in raduno preolimpico, tra marzo e aprile ’21. E la considero tutt’ora una esperienza assai formativa”.

Doveroso chiudere con un passaggio proprio sull’Italia. Il segreto degli Azzurri (la squadra maschile di kumite, di cui tu fai parte, è campione d’Europa per due volte consecutive) risiede nella miscela esplosiva tra talenti emergenti e “vecchi califfi”…

“In effetti, sia la squadra che ha vinto l’oro a Zara ‘24, battendo la Grecia, che l’anno successivo in quella di Yerevan (Armenia), capace di sconfiggere la Croazia, sono il frutto della simbiosi tra i giovani e la leadership garantita dai più esperti. Uno dei segreti della Nazionale rimane il gruppo: compagni dello spessore di Luca Maresca oppure Angelo Crescenzo indirizzano con il loro atteggiamento; sono fonte di ispirazione, per come affrontano i raduni e poi le gare. Nutro nei loro confronti un forte rispetto per quanto riguarda l’approccio al lavoro quotidiano. Sono ancora i primi a salire sul tatami e gli ultimi ad uscire”.

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