di Benedetto Manna
La chiusura del cinema Delle Vittorie sull’isola rappresenta una delle ultime, in ordine d’arrivo, défaillance cui la popolazione assiste, con aumento del proprio senso di disorientamento. Essa rappresenta un ulteriore limite per poter consolidare le proprie radici nel territorio: ne sanno qualcosa i giovani. Gli spazi culturali pubblici rendono viva e più salda una comunità che si mantiene nel tempo con le sue relazioni e tradizioni. Si matura una maggiore sensibilità sociale e la sala cinematografica ne diventa uno dei luoghi più qualificati per farlo. Fatta questa premessa si deduce che non può non essere analizzata con la dovuta attenzione, per utili conclusioni, la situazione determinatasi. In primo luogo va detto che facendo mancare alla popolazione occasioni di crescita culturale, si inibisce un proprio coinvolgimento a svolgere ruoli propositivi all’interno dell’ambiente in cui si vive. In secondo luogo che, se si manifesta di non dare giusto peso alla vicenda, difficilmente si vedono poi interventi per rispondere alle esigenze e bisogni della collettività in modo responsabile e tempestivo. Ciò provoca, di conseguenza, un maggiore senso di distacco dalla propria realtà, ogni volta che cadono nel vuoto istanze espresse per elevare il livello di vita proprio e quello dell’ambiente di cui si fa parte. Con la chiusura del cinema si stanno perpetuando i “guasti” (così dette défaillance) che da anni stanno cambiando l’immagine dell’isola stessa. Ad essi dobbiamo attribuire il progressivo declino del fascino del tempo che fu, rimasto impresso indelebilmente nella memoria di chi poté, fortunatamente, decantare lo splendore dell’isola verde in tempi remoti. “[…] Sul porticciolo di Casamicciola c’è ancora un po’ di gente: sono guappetti, ma sempre fermi lì, a quell’eterna età del meridione, l’età di Narciso.[…]Da anni non mi capitava di andare a letto come vanno i ragazzi, pensando con felicità al giorno dopo. Notte fa presto a passare!.[…]Un silenzio meraviglioso è intorno a me: la camera del mio albergo, in cui mi trovo da cinque minuti, dà su un grosso monte, verde verde, qualche casa modesta e normale. […].Come sono capitato qui? A pensarci adesso che sono calato in questa pace domestica da soli pochi minuti, mi sembra di avere alle spalle un viaggio omerico.“. Frasi tratte dal resoconto del viaggio a Ischia nel 1959 di Pier Paolo Pasolini, riportato nel testo “La lunga strada di sabbia (LLSS)”. Nella bellezza incontaminata di luoghi e persone Pasolini legge un respiro mitologico e un luogo sospeso fuori dal tempo e dalla modernità, metastorico, che lo sottrae all’omologante pressione dello sviluppo e, nello specifico, della mercificazione turistica. Antitetico agli stereotipi del turismo di massa è invece quell’arcaico che nel corso del suo soggiorno ischitano non fa che rincorrere e segnalare. Si registra, ad esempio, la sospensione delle coordinate spazio – temporali :“La notte è alta a Ischia, come duemila anni fa “, LLSS, p.49; o la sensazione di un luogo che è parte di un proprio vissuto atemporale: ”Il senso di pace, di avventura che mi dà l’essere in questo albergo nell’interno di Ischia, è una di quelle cose che oramai la vita dà così raramente, un posto dove mi sembra di essere sempre stato. Mi sembra il Friuli, la Carnia, l’Emilia. ”, LLSS, p.63. Ischia quindi sarebbe stato un luogo separato dal divenire storico, visto dal poeta etnologo come un prezioso scrigno di senso e di identità, da contrapporre all’euforia del nuovo consumo, resistendo ai cambiamenti. Il mito contro la storia. Da qui il suo appello a “impegnarsi con tutte le forze per essere felici”(LLSS, p.15), grazie alla sopravvivenza dell’arcaico, come luogo resistente alla massificazione, che “con una vita di altri secoli, sono vivi in questo”(“La Terra di Lavoro”,Pasolini,1957,p.860). Sappiamo bene come è andata a finire e la chiusura del cinema è l’ennesima conseguenza di una crisi esistenziale che dura da più decenni, che ha determinato un progressivo annichilimento di quelle forze invocate per sostenere il radicamento del proprio modus vivendi “felice”. Un vero e proprio spaesamento, tale da provocare una condizione in cui si perdono i propri riferimenti domestici in maniera controproducente per un senso di appartenenza della propria presenza. Si sperimenta un’incertezza, una crisi radicale del suo essere storico in quel dato momento, scoprendosi incapace di agire e manifestare la propria azione. Rimane la possibilità di prevedere comunque una situazione di riscatto in una condizione di presenza in crisi, ad opera della natura etica dell’uomo (ethos) in grado di “esserci” nel mondo in modo attivo, se vengono conservate nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per rispondere in modo adeguato ad una determinata situazione storica (LA CULTURA). Si garantisce così la continuità dell’identità umana (presenza) grazie alla crisi stessa e contro il suo rischio e frammentazione della dialettica del confronto. Il soggetto dunque si ricolloca nella storia tramite la cultura e la crisi si rivela esistenziale nel rapporto tra sé e il mondo “altro da sé”. In tale contesto le opere d’arte figurativa e letteraria acquistano esplicita rilevanza etnologica quali documenti di costume e sintomi di crisi. L’arte, quale potenza categoriale dello spirito, secondo il filosofo e antropologo napoletano Ernesto De Martino è “un modo di recuperare gli eventi minacciati dall’irrigidimento e dal caos”, e quindi “un modo di curare e guarire il sempre possibile ammalarsi degli oggetti”. Con questa definizione De Martino riassume lo sforzo dell’artista di riprendere “verso la forma” ciò che sempre rischia di sprofondare nell’informe. Il principio per valutare l’arte non si basa su un criterio puramente artistico o ancor meno estetico, ma risiede nell’ethos umano che forma cultura e civiltà. Nel merito come non poter citare l’artista pittore ischitano Luigi De Angelis (1883 – 1965), testimonianza di un altro modo di essere uomini nella storia tramite il senso etico che viene trasmesso attraverso i suoi dipinti, che ci riporta a quel mondo oramai idilliaco, di pasoliniana memoria, da ricostruire in modo riparatorio soprattutto per ritrovare le proprie identità. Si comprende bene che per quanto detto il cinema Delle Vittorie come luogo di cultura non può inopinatamente smettere di svolgere la propria funzione etico – sociale nel contesto isolano già così storicamente alterato. Un Piano di Ricostruzione considerato in toto, quindi anche con finalità in ambito culturale, può dare prova che in chiave anticrisi si può ancora “fare” per non ridurre un simbolo per tutta l‘isola a un buco nero. Quanto detto può valere come invito al nuovo Commissario della Struttura Commissariale di inquadrare anche sotto questo aspetto le linee di indirizzo degli interventi pianificati. Occorre riaprire le sale alla popolazione in modo rinnovato, per diventare soprattutto un polo sociale per l’aggregazione giovanile, in grado anche di poter promuovere e sperimentare le diverse forme di linguaggi culturali, dal cinema al teatro, alla musica, e per essere pure un luogo d’incontro per tutti i cittadini, dove poter partecipare a conferenze, vedersi per discutere dei film visti, parlare di libri e di ogni altro argomento, con a disposizione, perché no, anche un cocktail bar. Serve concretizzare la proposta da parte di chi ricopre ruoli di responsabilità istituzionali ai vari livelli, anche nel mondo della scuola, con tutta la comunità. Il percorso va fatto insieme. Devono essere tutti proponenti, che fanno sentire la loro voce, senza stabilire gerarchie, fuori dalle logiche di consumo, dalle logiche pubblico – privato e da accordi con il terzo settore. Ci vuole quindi la capacità di saper replicare a una condizione “apocalittica” con l’acquisizione dell’intera struttura del cinema Delle Vittorie e relativi interventi di ristrutturazione, in modo da saper rappresentare il presente e futuro dell’offerta cinematografica ischitana e diventare punto di riferimento culturale imprescindibile per i tanti appassionati di varie generazioni anche per chi viene da fuori (programmazioni estive ad hoc!?!). Con sale per varie tipologie di proiezioni (film in uscita, cineforum, cinema d’essai, matinée), con spettacoli teatrali, varie iniziative rivolte alle scuole, serate ed eventi, è prevedibile assistere a un nuovo forte impulso in grado di muovere le diverse richieste culturali provenienti dal territorio, così da competere senza troppa difficoltà con le sottoscrizioni, oramai diventate consuetudine ordinaria, ad abbonamenti per l’accesso alle piattaforme on demand. Del resto sull’isola è presente una tradizione filmica, come testimoniano le più note rassegne ischitane (Ischia Film Festival, Ischia Global Fest), per non dare seguito a un suo più efficace radicamento. La presenza stessa sull’isola, nel passato e un po’ meno oggi, di celebrità della settimana arte, per manifestazioni, premiazioni o cast artistici, come anche per essere suoi stessi villeggianti (P.P. Pasolini, Luchino Visconti, Alain Delon, il principe De Curtis -Totò, ecc.), ha reso Ischia luogo del firmamento artistico nella storia cinematografia nazionale e internazionale. A questo punto non rimane altro che confidare nella sensibilità e disponibilità di chi, avendone titolo, può intervenire, per ridare vita nel modo atteso a una struttura cittadina, che inaugurata il 21 marzo 1970, ha chiuso all’inizio del 2026, dopo 56 anni di attività. L’appello di “impegnarsi con tutte le forze per essere felici” di Pier Paolo Pasolini non risulta generico, ma è rivolto, come descritto, a chi sa esprimere la capacità di un ethos umano che forma cultura e civiltà, che imprima così un nuovo corso alla storia nell’“apocalittica d’oggi” (De Martino), da riscattare con nuovi orizzonti aperti da chi saprà mettere in atto proprio tale capacità. Il resto è noia (in senso etnologico).

