La prima del nuovo anno all’Olimpico ci aveva regalato una precisa indicazione: il Napoli funziona a meraviglia. Per cui, il trauma distorsivo alla caviglia sinistra subito durante la sfida contro la Lazio, che costringe Neres ai box, obbliga Conte a trovare un degno sostituto. Sul brasiliano filtra un cauto ottimismo dall’infermeria di Castelvolturno: l’intenzione dello staff medico rimane quella di provare a recuperarlo per il big-match di domenica sera con l’Inter.

Nel frattempo, in una partita importante per i rispettivi obiettivi di classifica, al cospetto del Verona, l’allenatore salentino getta nella mischia dal 1’ Lang. Peccato che il livello di performance della squadra cambi notevolmente. Del resto, aver concesso inizialmente un turno di riposo a Spinazzola stravolge completamente la catena mancina. Se a questo aggiungiamo lo spostamento di Elmas a destra, per consentire all’ex PSV di calpestare la zona a lui più congeniale, allora si comprendono le difficoltà a trovare le spaziature. Snaturando l’idea di calcio sviscerata nelle ultime uscite, Conte ha avuto la conferma che a rendere valido il sistema contribuisce sì la duttilità dei suoi interpreti. Ma soprattutto la qualità, che permette di rifinire efficacemente l’azione negli ultimi trenta metri. Ebbene, stasera, almeno nel primo tempo, è mancata clamorosamente.

Verona attento e organizzato

Essenzialmente due gli spunti offerti dalla gara nei primi 45’: la contrapposizione tra le ferree marcature uomo su uomo predisposte da Zanetti a tutto campo e il gioco fluido dei Campioni d’Italia, che comunque non trovano idonei antidoti e contromosse a questo scenario tattico. In teoria, il Napoli ha tarato il sistema incentrandolo maggiormente sulle rotazioni degli offensive player. Perciò il 3-4-3, invece di essere codificato in modo tradizionale (una punta centrale e due ali larghe), prevede la collaborazione di Elmas e lo stesso Lang, incastrando le loro caratteristiche nel 3-4-2-1, liberi di muoversi sulla trequarti, per supportare Hojlund.

La presenza di Lang al posto di Neres cambia in maniera vistosa il modo con cui gli azzurri attaccano. L’olandese si limita a svolgere il compitino, e non si capisce se l’apatia sia connessa alla mancanza di simbiosi con Gutierrez oppure sia sostanzialmente questo: un giocatorino timido, incapace di guizzi in ampiezza o combinando coi compagni. Tentare sempre la medesima soluzione – stringere la posizione, senza però verticalizzare – permette agli avversari di “battezzarlo”, e isolarlo dai flussi del gioco. Oggi, per esempio, con un Verona compatto dietro la linea della palla, organizzatissimo negli scivolamenti difensivi e nelle scalate di reparto, i tagli di Neres sono mancati come l’acqua per un assetato nel deserto. Gli scaligeri facevano densità, e Bradaric è stata una spina nel fianco, garantendo adeguato supporto al braccetto di parte (Nunez). Insieme hanno messo in mezzo Lang. Soprassedendo sulle carenze di Gutierrez nel prendere in consegna le volate del dirimpettaio.

Parità difensiva e poca motilità

Inoltre, non va trascurata la scelta degli ospiti, che prevede di schierare una coppia di attaccanti ai quali appoggiarsi, tentando di uscire direttamente sulle punte nella risalita dal basso, piuttosto che arrischiarsi nel giropalla. Eccolo il secondo spunto di riflessione. Proprio Sarr e Orban sono deputati a svolgere la funzione di grimaldello, ogni volta che i compagni esplorano la verticalità; soluzione ben gestita da Rrahmani e Buongiorno. Nient’affatto in affanno il kosovaro, apparso solido nel rompere l’allineamento; nessuna sbavatura o amnesia che potesse, in qualche modo, consentire all’avversario di entrare realmente in partita. Rassicurante pure la prova dell’ex Toro, coraggioso nel sottrarre quegli ampi spazi alle spalle che in genere sono il terreno di caccia prediletto del nigeriano. Chiara l’intenzione di avere un giusto compromesso tra l’andare a pressare in avanti, tenendo la linea difensiva alta, e “scappare” per togliere e annullare la profondità agli avversari.

Con queste premesse si capisce bene come mai la mancanza di dinamismo dei “finti esterni”, troppo piatti per coordinarsi con quelli dei laterali (Politano e Gutierrez), non abbiano consentito al Napoli di trovare l’ampiezza. Altro che destrutturare il piano-gara di Zanetti: invece di allargare le maglie strettissime della retroguardia veronese; o sovraccaricare il lato debole, e dopo ribaltare il fronte, stabilendo una connessione emotiva, non solo tecnica, le catene si sono incaponite in un possesso lento, monocordo e perimetrale. Così trovare spazi là dove gli scaligeri erigono il muro della densità era pressoché impossibile.

Com’è cambiata la ripresa

Insomma, a una manovra poco pulita, nella ripresa fa da contraltare un atteggiamento diverso, frutto dei continui scambi posizionali sviluppati tra Spinazzola e McTominay, che hanno provato a smantellare il rigido sistema di marcature individuali predisposto dai gialloblù. Basta questo cambio per giustificare un Napoli completamente diverso. Senza trascurare la volontà di appoggiarsi al riferimento più avanzato, attivando la classica giocata palla avanti/dietro/dentro, quasi mai esplorata nella prima frazione di gioco, che ha finito per mandare in confusione i meccanismi difensivi approntati da Zanetti, minandone progressivamente la fiducia.

Tutte situazioni che sono indice della capacità dei padroni di casa di consolidare attraverso i cambi dalla panchina il possesso all’interno della metà campo veronese. Sotto questo aspetto, la strategia non ha funzionato subito bene, sia per le difficoltà evidenziate da Lang, incapace di tagliare e portarsi via l’uomo, che per la bravura dei due braccetti veronesi nell’aiutare Bella-Kotchap. Non dovendo assorbire alcun inserimento, potevano comodamente lavorare in situazione di superiorità numerica, con una opposizione individuale al centravanti del Napoli, accompagnato da una pressante marcatura preventiva. Va dato atto alla squadra partenopea di aver alzato la qualità nella costruzione con Lobotka, in grado di dare sostanza e sicurezza al possesso, amministrando la cabina di regia nonostante i tentativi di schermarlo continuamente. E il tempo negli inserimenti di McTominay. A tratti veramente cattedratico lo scozzese; una prestazione adeguata alla determinazione con cui degli azzurri hanno prima cercato il pareggio. E poi addirittura provato a vincerla.

Dulcis in fundo, va riconosciuta la prova di quantità di Hojlund; per come ha lavorato spalle alla porta, “fissando” centrale e braccetto che arrivava al raddoppio, duellando come un gregario, ne certifica l’attitudine al sacrificio. Nondimeno, gli toglie lucidità e brillantezza. Piccola nota a margine: sul risultato complessivo ha influito non poco l’arbitraggio. Il fischio più clamoroso? Il rigore, che sembra causato più da una spinta di Valentini, poiché nel contendere di testa la palla a Buongiorno, lo costringe quasi a toccare col braccio. Si potrebbe continuare con altre considerazioni, che coinvolgono pure la gestione dei cartellini. A cosa servirebbe, se non a dire semplicemente che oggi il direttore di gara (specialmente quando non ha nessuna personalità…) è letteralmente ostaggio del Var.

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