Dopo aver perso l’imbattibilità casalinga (a oltre un anno dall’ultima sconfitta e sempre contro la Lazio), il Napoli riparte dalla Cremonese per consolidare la piazza d’onore alle spalle dell’Inter capolista, volata ormai a +12. Chiaro l’intento: approfittare dello scontro diretto tra Milan e Juventus per allungare sulle rivali, mantenendosi saldamente al secondo posto.
Certo, ci vuole freddezza e lucidità per convertire il pensiero in azione. Ma non è la prima volta da quando Antonio Conte s’è accomodato in panchina che dimostra di saper nascondere i difetti della sua squadra, esaltandone al contempo i pregi. Il gioco non sarà esteticamente accattivante, ma basta a soffocare le velleità dei grigiorossi. Del resto, il 3-4-2-1 rimane un modulo identitario, pensato sì per difendersi efficacemente, che l’allenatore salentino riesce comunque a convertire senza schiacciarsi eccessivamente, grazie al possesso, avendo un organico pieno zeppo di qualità.
Nell’arco di una settimana, Parma e Lazio avevano ricordato l’inaffidabilità offensiva dei partenopei, incapaci di creare occasioni potenzialmente pericolose, causa un livello di intensità nella circolazione del pallone tipica di chi ha già (forse…) la testa in vacanza. Quindi, emotivamente provati dalle ultime due partite disastrose, in cui però hanno avuto un peso specifico i singoli episodi, sommati alla scarsa condizione psicofisica di alcuni titolari, gli azzurri sono entrati sul terreno del Maradona col fuoco in corpo, vogliosi di spingere subito sull’acceleratore per rimettere in ordine le cose.
McTominay-De Bruyne, coppia “premier”
In effetti, fin dall’inizio, il Napoli ha iniziato a girare nel verso giusto. Tatticamente il piano gara predisposto dal tecnico salentino non era diverso rispetto al solito: piazzare sulla trequarti risorse in grado di occupare i corridoi intermedi, affinché si associassero sul corto con McTominay e Lobotka. La Cremonese manteneva un baricentro medio, attestandosi all’interno della propria metà campo: una scelta che permetteva agli uomini di Giampaolo di coprire l’ampiezza e annullare contemporaneamente la profondità. Aveva senso fare grande densità: così stretti e corti tra i reparti gli ospiti evitavano di dover correre all’indietro. Bastava rimanere compatti e scivolare in blocco sottopalla. A quel punto, poiché andare direttamente su Hojlund in profondità diventava complicato, la strategia perseguita per uscire dall’imbuto era provare a stimolare De Bruyne alle spalle di Maleh.

In quest’ottica, una giocata codificata nel play-book di Conte si imponeva su tutte le altre studiate proprio per aprirsi la strada verso l’area di rigore. Bastano un paio di minuti a destabilizzare i lombardi, mandandoli nel panico. Il movimento a svuotare l’half space di De Bruyne permette allo belga di smarcarsi fuori linea rispetto alla cura di Maleh. L’ex Manchester City con la coda dell’occhio vede l’inserimento e esegue il filtrante, trovando una peccaminosa linea di passaggio per McTominay, che aggredisce lo spazio. L’accelerazione permette al numero 8 di trasformare i metri che lo dividono dall’area in un battito di ciglia: Audero, vanamente proteso in tuffo, vede il tiro insaccarsi.
Effettivamente, questo tipo di soluzione è stata per l’intero primo tempo letteralmente indifendibile, nonostante i centrocampisti di Giampaolo abbiano tentato di contrastarla in maniera aggressiva. Un errore non riuscire a chiudere quello specifico corridoio, nient’affatto veniale, perché lì il Napoli ha aperto una crepa irreparabile. E quando non sono gli strappi di McT a fare male, provvede Hojlund con una conduzione centrale, a portarsi a spasso Baschirotto, a caccia disperata del tamponamento risolutore. Una volta involatosi per la lunghezza del campo, appena entrato in area, trova puntualmente il raddoppio, complice la deviazione di Terracciano. L’appoggio sottorete di De Bruyne qualche istante dopo porta a tre le segnature e chiude praticamente i giochi.
Alisson Santos con l’argento vivo
Il secondo tempo racconta un’altra storia: la vera mission era riuscire a liberare la fantasia di Alisson Santos, sfruttandone il dinamismo. Del resto, a questa squadra serviva un offensive player che si muovesse come un tarantolato, davvero un fattore negli isolamenti, per mandare definitivamente in crisi un sistema difensivo già provato fortemente. L’ex Sporting Lisbona determina talmente tanti pericoli, da rendere l’idea del perché stasera da quella parte il Napoli sia quasi indifendibile.

Col passare dei minuti per la Cremonese le gambe si fanno pesanti; quindi i tocchi meno precisi. Allora, a far smarrire completamente la lucidità concorre l’esterno brasiliano. Che invece di andare sempre verso il comodo rifugio rappresentato dal lungolinea, spesso stringe internamente con l’esterno-piede, intenzionato a trarre vantaggio da questa decisione. Possibile che Terracciano ci caschi continuamente?
Sì, perché Alisson Santos è in fiducia, perciò accelera con la serenità che a risultato abbondantemente acquisito qualche numero estemporaneo sia una opportunità piuttosto di un rischio. E se non si mette in proprio, come in occasione del quarto gol (un lancio con le mani di Milinkovic-Savic gli permette di sgasare da un capo all’altro del campo e trovare l’angolino), fa dei cross tesissimi e potenti, esattamente in quella zona dell’area piccola dove chi difende ammassa i corpi, trasformando la situazione in un inferno. E per i portieri diventa complicato azzardare l’intervento.
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