“Un omaggio a Moliere, un omaggio al piacere di ascoltare le sue parole”. Così la regista Shamman aveva presentato al pubblico il suo “Il Misantropo”. Alla fine uno si rende conto che è davvero stato questo, un vero e proprio omaggio al grande autore francese vissuto nel XVII secolo.
Un lavoro lungo, lunghissimo, durato oltre 2 ore e mezza. La prima cosa che uno nota sin dall’inizio è il linguaggio. Un linguaggio molto curato, con la ricerca di rime continua. Si vede la mano dei traduttori, la stessa regista Shamman e l’italiano Luca Micheletti. Si vede che c’è un tentativo evidente di non falsare i tempi dell’autore. Il che considerando che si tratta di un lavoro scritto quasi 4 secoli fa va in contrasto con i ritmi del teatro dei giorni nostri.
Inutile ripetere la trama. Il Misantropo è conosciuto da tanta gente, davvero inutile parlarne qui. Per altro si tratta di un lavoro basato soprattutto sul piacere di ascoltare le parole del suo autore, la trama è quasi estranea. Anche il finale a sorpresa è una cosa che non attira l’attenzione nei commenti di fine spettacolo.
Cosa dire? Il lavoro in sé merita di essere visto. E’ un lavoro coraggioso, e come tale merita. Certo alla fine qualcuno potrebbe restare deluso, vista la diversità rispetto alle opere cui il teatro moderno ci ha abituati. Ma trattandosi di un “Un omaggio a Moliere, un omaggio al piacere di ascoltare le sue parole” nelle intenzioni della sua regista è bene non dimenticarlo mai.
