di Michele Vidone 

L’operazione della Guardia di Finanza ad Avellino fa emergere un sistema di frode e riciclaggio di dimensioni molto rilevanti, legato in particolare al distretto conciario di Solofra.

Sono tredici le persone colpite da misure cautelari: otto agli arresti domiciliari, tre con obbligo di dimora e due professionisti — commercialisti — sospesi temporaneamente dall’attività. Le accuse sono pesanti: associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di capitali provenienti da frodi fiscali e altre attività illecite, con ramificazioni anche internazionali.

Il meccanismo ricostruito dagli inquirenti è quello classico delle “società cartiere”: aziende fittizie che emettevano fatture per operazioni inesistenti, gonfiando i costi o creando crediti fiscali. Una volta sfruttate, queste società venivano fatte fallire o trasferite altrove per rendere più difficile risalire ai responsabili. Centrale anche il ruolo dei prestanome, spesso percettori di reddito di cittadinanza ma in realtà utilizzati come schermo per operazioni milionarie, mentre conducevano uno stile di vita incompatibile con i redditi dichiarati.

Il dato più impressionante riguarda le cifre: circa 450 milioni di euro di operazioni sospette legate anche al tentativo di ottenere indebitamente contributi pubblici. Già nel 2021 una prima tranche dell’inchiesta aveva fatto emergere una “stamperia” di fatture false per 350 milioni, con una parte dei fondi — circa 35 milioni — trasferita all’estero, tra Cina e Turchia.

Si tratta quindi non di un episodio isolato, ma di un sistema strutturato e radicato nel tempo, che ha sfruttato anche il periodo del lockdown durante la pandemia per muovere capitali e aggirare i controlli. Ora sarà la magistratura a definire responsabilità e ruoli, ma l’inchiesta conferma quanto il tema delle frodi fiscali e del riciclaggio resti centrale, soprattutto in settori economici ad alta intensità di scambi come quello conciario.

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