Nel destino di talune atlete nulla è scritto, ma tutto può diventare possibile. Anche infilare le tecniche con facilità imbarazzante. Lo sa bene Greta Vitelli, titolare di un impressionante bilancio sui tatami nazionali ed a livello di ranking WKF, con un numero impressionante di medaglie e trofei conquistati nell’arco di una carriera esaltante. Dove guizzi epici e romantiche congiunzioni hanno reso a tratti magico il suo modo di combattere, talvolta caricandone a molla l’ego.

La rincorsa di chi è scattata da una piccola realtà di provincia, sfidando in primis sé stessa. Entrando di slancio sulla scena del kumite (combattimento a contatto controllato, n.d.a.), prendendo a pedate qualsiasi avversaria le si parasse davanti. Sconfessando ogni tipo di pregiudizio circa la presunta mancata eleganza delle donne. Certificando che pure nelle categorie dei “pesi massimi” può esserci grande bellezza e non solamente potenza.

Devo ammettere che non ero il classico talento naturale. Però sono sempre stata una perfezionista. Diciamo che ci ho messo del mio, nel senso che ho lavorato tanto, impegnandomi quotidianamente, per affinare le mie caratteristiche. Forse hanno contribuito pure le mie radici. La mia famiglia non mi ha mai fatto mancare niente. E poi Narni è una cittadina tranquilla. Quando iniziai ad andare in giro con la giovanile comincia a confrontarmi con compagni di nazionale magari più svegli. Là ho cominciato ad aprire gli occhi sul mondo, notare qualche differenza con quelli che provenivano da realtà metropolitane. Una certa malizia, come le volte che si infilavano di soppiatto nella mia stanza in ritiro, e mi fregavano la cioccolata. Poi capisci come interagire e ti adatti. Ma anche oggi comprendo che, se ti manca l’atmosfera di casa, allora significa che quello è il posto chi ti fa star bene”.

Potenziale incoraggiante

Se l’ambizione è il motore che alimenta i sacrifici di ogni agonista, allora per Greta cominciare a inanellare podi rappresenta un carburante imprescindibile, tale da trasformare i sogni in realtà. Così, non esistono confini troppo grandi per una promessa vogliosa di dimostrare il suo potenziale. Sostenuta da feroce determinazione e applicazione maniacale, mette tutte in riga sin dalle giovanili. Effettivamente, i primi assaggi di agonismo sono un campione rappresentativo del potenziale incoraggiante: si piazza al primo posto ai Campionati Italiani Esordienti, Cadetti e Juniores, offrendo un kumite identitario, dal sapore fortemente propositivo. Spesso “tirando” sotto età, combattendo contemporaneamente in due categorie.

Resto dell’idea che in gara, specialmente a livello giovanile, si devono combinare tante cose, come se nascessi agonisticamente sotto la stella giusta. Ovvio che poi devi metterci qualcosa di tuo. Personalmente, volevo dimostrate di essere forte; ambivo a meritarmi la convocazione in nazionale. Nonostante l’età, mi supportava una enorme tenacia. Insomma, ero consapevole che dovevo farmi il mazzo per arrivare. Ma non mi pesava. Era l’obiettivo che mi stavo prefissando. Perciò non ho mai vissuto come un sacrificio non essere andata a ballare con i miei amici, oppure lo stravizio a tavola in compagnia. Oggi ripenso a quel periodo con gli occhi della quarantenne. Però quando fai una cosa che ti piace, e riesci a ottenere risultati importanti, arrivi quasi a esaltarti. Gli agonisti sono tutti un po’ egocentrici, anche se mai megalomani. Per me che gareggiavo contemporaneamente in due categorie, e mi capitava addirittura di fare 10/12 incontri alla volta, si innescava un pensiero tipo: ho vinto quasi in scioltezza con le pari età, adesso andiamo a vedere cosa succederà con le più grandi”.

Bisogna necessariamente tornare alle suggestioni delle origini umbre affinché si possa inquadrare la maniacalità di Greta per il lavoro, metterne a fuoco l’ossessione quasi patologica. Un’attitudine costruttiva per la fatica, che le ha consentito di affrontare con applicazione e perseveranza un lungo viaggio. Capace prima di spingerla in cima alle classifiche italiane. Quindi prendere a spallate le avversarie sui tatami internazionali con la Nazionale Giovanile. Semplicemente da incorniciare il biennio 2003/04, con due bronzi agli Europei juniores (Wroclaw e Rijeka), inframezzati dall’argento ottenuto con la squadra ai Mondiali di Marsiglia.

All’epoca c’erano solo tre categorie di peso nella femminile, per cui diventava l’occasione da prendere al volo per dimostrare di essere nel lotto delle migliori. Fisicamente ero già abbastanza strutturata rispetto all’età anagrafica. Quindi avevo la consapevolezza di poter fare bene, ma non l’assoluta certezza. Diciamo che la Nazionale Juniores è stato il mio trampolino di lancio”.

Forestale immarcabile

Ecco che il G.S. Forestale diventa lo strumento per essere dominante all’interno dei confini nazionali. In nove anni, le ragazzacce del Maestro Pietro Valenti, direttore tecnico del gruppo, cannibalizzano letteralmente le competizioni riservate alle Squadre Sociali: 2 bronzi (2003 e 2005), 1 argento (2010) e 6 ori (2004, dal 2006 al 2009 e poi 2011). Greta mette al servizio delle compagne cuore, coraggio e cattiveria agonistica, consapevole di quanto sia fondamentale entrare in simbiosi con altre donne eccezionali come lei, accomunate dalla medesima volontà. Assieme a Roberta Minet, Laura Pasqua, Lorena Busà, Susanna Mischiatti e Giorgia Gargano, supera limiti, paure e difficoltà. Facendo emergere un patrimonio che avrà pochi eguali nella storia della Federazione. In un contesto tecnico-tattico che comprendeva anche Mauro Scognamiglio e Luigi Busà.

Il segreto di quella squadra? Andavamo alle gare per vincere, ma la vera chiave era l’affiatamento nato tra noi e l’assoluta mancanza di invidia al nostro interno. Anche con i ragazzi, che venivano regolarmente in trasferta e collaboravano con preziosi suggerimenti oppure aiutandoci nell’attivazione pre-match: Mauro, talento un po’ sfortunato; peccato che l’abbiano frenato i molti infortuni. E Gigi era già un campione. Chiaro che talvolta non sono mancate le occasioni di discussione. Provvedeva la capitana Minet, la più grande del gruppo, a riportarci in riga. Il merito di Valenti è stato quello di averci saputo amministrare. Per esempio, capitava di saltare un allenamento, ma c’era fiducia reciproca; non abbiamo mai approfittato di questa libertà. Se succedeva, lui non ci pressava troppo. Sapeva che l’avremmo recuperato con gli interessi, senza risparmiarci. Le volte che non vincevamo, sdrammatizzava: la gente si abitua male, ogni tanto facciamo vincere gli altri, diceva. In effetti, per batterci, c’erano squadre che ricorrevano a prestiti pure di spessore. E talvolta neanche ci riuscivano”.

Nello stesso arco temporale asfalta ogni avversaria nei + 68 kg. E mirando alla perfezione del gesto, appone la firma in calce su dieci edizioni dei Campionati Italiani Assoluti, aperti con l’argento nel 2003 e addirittura nove ori consecutivi (dal 2004 al 2012).

Se non ricordo male, dal ’98 fino al momento del mio ritiro, solo in un paio di circostanze non sono arrivata a giocarmi primo e secondo posto. Una sicuramente al primo anno di juniores: ci fu un po’ di maretta che determinò una sorta di cortocircuito mentale. Tant’è che poi arrivai quinta. Nel corso di quegli anni ho avuto almeno un paio di grandi rivalità. Inizialmente, con Marivin Chiari, del Karate Genocchio. Arrivavamo sempre in finale. Un anno non ci scontrammo: era scesa di categoria, ma ebbe un brutto infortunio. Quindi, è iniziata quella con Clio Ferracuti. Tra noi ci sono dodici anni di differenza, per cui il canovaccio era quello dell’atleta emergente ed esuberante, opposta alla mia esperienza e furbizia, che facevo valere”.

Sul tetto del Mondo e d’Europa

In fondo, l’anima bellicosa va in qualche modo liberata. Ma per essere completamente felice e appagata manca la classica ciliegina sulla torta: l’Azzurro dell’Italia maggiore, quella dei “grandi”. Del resto, dentro la sua maniera di battersi c’è l’essenza del kumite: leggerezza nel piazzare punti, tra finte ingannevoli ed elogio delle tecniche di braccia. Qualcosa a metà tra il beffardo e l’inafferrabile. A Greta basta poco per timbrare il cartellino. Con l’insolenza tipica di chi inventa sempre un numero che abbaglia, arricchisce una squadra già forte, in grado di vincere due argenti Europei (Mosca 2004 e Tallin 2008), un bronzo Mondiale (Tokyo 2008).

Ecco uno dei momenti della mia carriera per cui ho un po’ di rammarico. Cosa è mancato per farci vincere un oro? C’era sempre qualcosa che non andava: una volta era il conteggio complessivo dei punti fatti. Un’altra quello dei punti subiti. Credo fermamente che avremmo meritato qualcosina in più. Perché c’era il giusto feeling tra noi. Con Laura Pasqua e Roberta Minet eravamo compagne anche nella Forestale. A noi si era aggiunta Selene Guglielmi, che completava la squadra con il suo carattere forte e indomito. Immagino che conti pure il periodo storico. Abbiamo affrontate team di grande tradizione, ciascuno composta da atlete di altissimo livello in ogni categoria di peso. Insomma, bisognava tirarsela fino alla fine in ogni occasione”.

Nel frattempo, non è campata in aria l’impressione che Greta stia affilando le armi per salire l’ultimo step. A Belgrado (2010), sceglie di consacrarsi in grande stile, e finisce per segnare la Storia, doverosamente con la maiuscola, prima italiana a conquistare un Mondiale di kumite: graffiando col kizami, ipnotizza la francese Nadège Aït Ibrahim, imponendosi di misura (1 a 0).

Diciamo che alla vigilia del Mondiale non ci avrei scommesso. Nel senso che nessuno si aspettava nulla del genere. E forse proprio questo ha contribuito a generare uno switch emotivo, perché dal punto di vista del lavoro preparatorio non era cambiato granché rispetto alla solita routine di avvicinamento alla manifestazione. E le mie avversarie erano tutte strutturate fisicamente, oltre che pesanti: io sono alta solo 1,76 cm. Pensa che nelle fasi eliminatorie, dopo aver battuto la bosniaca Sofic, campionessa d’Europa, con la quale, tra l’altro, siamo rimaste amiche, e la marocchina Novasse, ho detto allo staff della nazionale che se non andavamo in finale, chissà quando sarebbe ricapitata l’occasione. Poi il giorno della finalissima ero talmente concentrata che veramente non mi fregava niente di chi avessi dovuto incontrare, nonostante Nadège fosse in quel momento un’atleta di punta nella categoria. Ero in una sorta di trance agonistica; come le volte in cui non hai paura di niente e nessuno. Per onestà, prima del punto risolutivo, c’era un altro kizami, che non venne concesso”.

Ormai convertitasi in una sfrontata solista, all’Europeo di Tenerife 2012 completa la sua personalissima bacheca, mettendosi al collo l’oro continentale, battendo la Ceca Krejcova (3 a 0).

Era dura come una pietra. Ho tirato un calcio e mi ha proiettato; da lì ho pensato che forse non era il caso alzassi le gambe. In effetti, ho infilato tre kizami che lei non ha visto nemmeno da che parte arrivassero. Del resto, è una delle mie tecniche preferite. Spesso mi suggerivano di cambiare, variare piuttosto di insistere. Io mi ripetevo che se le avversarie erano più brave, lo paravano. Altrimenti, se lo prendevano. Il prof. Aschieri, all’epoca Direttore Tecnico Nazionale, diceva sempre che le avevo pizzicate tutte, quelle della mia categoria”.

Con la “giovanile” senza trucco nè inganno

Una piccola curiosità? Nell’arco della sua carriera la Vitelli, per non farsi mancare niente, prima del Mondiale di Belgrado, dà fuoco all’istinto della guerriera e si cimenta anche nella Lotta Libera, ottenendo un inaspettato terzo posto ai campionati italiani assoluti del 2010. Una piacevole digressione rispetto alla routine scandita dai “soliti” allenamenti.

E pensare che prima di quella esperienza non avevo mai visto un tappeto di lotta. Era un periodo particolare, con la concomitanza dell’esclusione del karate dalle Olimpiadi, si ventilava l’ipotesi di chiudere il gruppo sportivo della Forestale. Per cui, avrebbero destinato noi atleti al servizio attivo. L’alternativa era cimentarsi in una disciplina olimpica. Inizialmente, mi proposero il taekwondo, ma l’idea di tirare esclusivamente tecniche di gamba non mi entusiasmava. Dunque, la scelta cadde sulla lotta. Una disciplina faticosissima, che però mi ha aiutato molto, anche in ottica Belgrado. Lavorai tre mesi con intensità: la mattina andavo a Roma per allenarmi nella lotta; la sera tornavo a casa e facevo il mio karate”.

Adesso le si sono spalancate le porte per entrare nello staff tecnico della Nazionale Giovanile. Al recente Campionato Europeo Giovanile disputato a Limassol (Cipro), l’Italia ha conquistato 15 medaglie (3 ori, 6 argenti e 6 bronzi). Un bilancio che testimonia quanto il lavoro sul vivaio continui a essere di altissimo livello, attraverso un progetto consolidato, costruito guardando soprattutto al futuro: una sorta di incubatrice, per scovare e coltivare i giovani talenti del domani. Perché concentrazione e disciplina si manifestano in forme molteplici, specialmente nei ragazzini. Per questo l’incarico le calza perfettamente addosso.

Lavorare con queste fasce di età non è facile. Significa stimolarle sul piano tecnico-tattico, fare in modo che sviluppino la capacità di leggere le varie situazioni. Oltre a rafforzare emotivamente e umanamente la loro fiducia. Come ci riesco? Devono appunto fidarsi; non è semplice creare questo tipo di rapporto. Personalmente, mal tolleravo chi cercava di prendermi in giro, o peggio, provava a ingannarmi. Perciò dico loro sempre la verità; diventa la base. Talvolta se dici a chi devi coachare che può fare sì una buona gara, ma la medaglia non è certamente assicurata, arrivi a farti odiare o amare. La chiarezza può anche procurare antipatia, ma l’atleta deve affidarsi, specie quando affronta momenti di difficoltà. E’ più semplice veicolare certe cose se sei stato sul tatami; hai vissuto sulla tua pelle le stesse dinamiche. Sei un passo avanti, il che non significa che prevedi gli eventi, tipo indovino. Tuttavia, gli trasmetti le tue esperienze. Tenendo presente che non li segui con continuità, ma per un lasso di tempo limitato ai raduni collegiali ed alle gare”.

Dedicato a due stelle luminose

Talvolta è la vita stessa a ricordarci chi sono le persone importanti; perché a una vittoria senza emozione condivisa manca qualcosa. Perciò avere al proprio fianco una figura speciale contribuisce alla costruzione di una concreta educazione sentimentale. A un certo punto della sua vita, non solo quella di karateka, Greta si è ritrovata orfana del suo Maestro, Claudio Guazzaroni. Un simbolo per tutto il karate italiano, non soltanto perché ha plasmato tecnicamente un mucchio di azzurri, trasformandoli in “generazioni di fenomeni”. Ma soprattutto in virtù della ineguagliabile abilità nel saper trasmettere loro valori profondi e princìpi inossidabili.

Mi ha preso sotto la sua ala che avevo appena dieci anni, praticamente sono cresciuta a sua immagina e somiglianza. Gran parte di quello che so, non solo nel karate, lo devo a lui. Ho avuto la fortuna di essere seguita in tutta la mia carriera da Claudio, e questo sicuramente è stato un valore aggiunto. Il suo karate era poesia sopraffina, espressione di tecnica. Mi ha trasmesso questa idea di bellezza. E’ un pezzo del mio cuore, un maestro di vita. All’apparenza un po’ burbero, avrebbe fatto qualsiasi cosa per i suoi allievi. Tra noi si innescava un meccanismo simile all’odio e all’amore. Nel senso c’era sempre qualcosa che voleva migliorassi.  Talvolta non mi parlava direttamente, però bastava un cenno, un semplice gesto, e ci capivamo. Inoltre, era un perfezionista. Al Mondiale, ricordo che appena terminata la finale, ha continuato a darmi suggerimenti. Al che gli ho detto: fattela una risata, abbiamo vinto”.

Un mentore discreto ed al contempo mai ingombrante, Guazzaroni, nonostante fosse un Top Coach, e prima ancora uno dei top player del kumite. Quando si è dovuto arrendere a un male incurabile scoperto prima dell’Olimpiade di Tokyo, dove aveva guidato Luigi Busà alla conquista della medaglia d’oro, per un attimo (durato per un po’…) qualcosa s’è fermato in Greta.

Mi piace pensare che l’abbraccio iconico con Gigi abbia contribuito a rendere Claudio immortale. Confesso che quando è finito, per un periodo ho anche smesso di praticare. Ho ripreso per onorare un impegno: avevamo parlato della mia partecipazione ai Mondiali Master, e lui mi aveva detto di preparare la valigia, che ci andavamo a prendere anche quest’altra medaglia”.

Il 27 maggio dello scorso anno Greta sugella la promessa strappata a Guazzaroni, e alimenta la memoria del papà, scomparso proprio una settimana prima, conquistando l’oro nel kumite + 68 kg, ai World Master Games di Taipei (Taiwan), le cd. “olimpiadi” degli over 35. Mappando nella sua geografia emotiva l’ennesimo titolo da dedicare alle sue due stelle più luminose.

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