In un campionato sempre più caratterizzato dall’adesione ideologica verso il pressing asfissiante e le marcature a uomo, la giocata sul centravanti, classica del playbook di Antonio Conte, esalta le capacità in post basso di Hojlund. Il danese, ovviamente, non lavora solo in funzione della profondità. Un’altra situazione cercata con regolarità dal Napoli, infatti, prevede il passaggio in diagonale, dall’esterno all’interno, sul movimento “a ricciolo” nel numero 19. Ma la verticalizzazione sul corto ha un indice di rischio sicuramente maggiore, perché in caso di palla scoperta e conseguente intercetto, l’avversario può ripartire velocemente in transizione. Il tecnico salentino è pienamente consapevole anche delle implicazioni difensive di questo tipo di scelta. E sembra disposto ad accettarlo, minimizzando tuttavia gli effetti negativi generati dalla eventuale perdita di possesso. Del resto, se la punta centrale regge la pressione del marcatore alle spalle, permette poi ai compagni di accorciare in zona palla e occupare razionalmente gli spazi in campo.
Lecito, a questo punto, domandarsi se alla lunga, sia possibile sostenere questo principio di gioco. Probabilmente, la coerenza tattica, ovvero, il passaggio al 3-4-2-1, ha suggerito all’allenatore di semplificare la manovra, sottraendo però alla fluidità del palleggio le sovrapposizioni interne di Di Lorenzo. Cioè, quella mortifera trama offensiva esplorata con lo scopo di conquistare fisicamente l’half space di destra. In grado dunque di sparigliare la struttura predisposta dalla controparte sotto la linea del pallone. Gli inserimenti – con e senza palla – arrivavano uno dietro l’altro, rendendo imprevedibile per chiunque la gestione di quella specifica porzione di “territorio”. La varietà di ipotesi a disposizione dei partenopei diventava così dominante, perché per assorbire il capitano, o usciva un centrale difensivo; altrimenti era un centrocampista a dover scivolare, seguendone la corsa. Insomma, pare che medie e tifosi stiano trascurando gli aspetti cerebrali connessi al suo modo di interpretare il ruolo.

Che il Napoli appaia ormai ingabbiato nel 3-4-2-1 è un dato di fatto. Si è trasformato in una squadra dallo sviluppo alquanto prevedibile. Perciò incapace di creare opportunità estemporanee rispetto a quelle rigidamente codificate. Un cambiamento di sistema che ha inciso pure su McTominay; mezzala con una propensione a buttarsi dentro, riciclato in qualità di mediano. Una cosa che sta facendo benissimo, ma vuoi mettere quanto sia straordinario lo scozzese nei movimenti funzionali a privilegiare le rotazioni e gli interscambi all’altezza della trequarti altrui.
Lukaku, Hojlund e la profondità
Forse non è casuale il riferimento su Lukaku utilizzato in coppia con Hojlund, ventilato nei giorni scorsi da Conte. Al momento, una sensazione e null’altro, la riscoperta del 3-5-2: un modulo più tradizionale. Una sorta di ritorno all’antico, che darebbe vita a connessioni naturali nell’ultimo terzo di campo. Con le due mezzali a saturare i corridoi intermedi, ed i “quinti” aperti alla massima ampiezza. In questo scenario, una delle punte viene incontro a raccordare il gioco, mentre l’altra si smarca, aggredendo la profondità.

Potrebbe davvero essere la chiave di tutti i problemi offensivi del Napoli: sviluppare calcio in modo diretto. In particolare, al cospetto di squadre tipo la Roma di Gasperini, brava nell’alzarsi in maniera aggressiva a caccia dell’intercetto. Poiché Hojlund è assai abile nel destreggiarsi con il difensore appiccicato addosso. Lo stesso dicasi per Big Rom, che arricchisce questa skill con l’abilità nel creare separazione dal difensore. Inoltre, quando sente il fiato sul collo, regge il contrasto e difficilmente si lascia spostare o rubare la sfera. Il belga, attualmente, va amministrato: ha energie che lo rendono utile alla squadra per un numero ristretto di minuti. Magari la staffetta con Giovane, seconda punta “pura”, con Vergara retrocesso a centrocampo, rappresenta la soluzione giusta?
Vedremo, nel frattempo Conte immagina come tenere a galla il Napoli. Che finora, tranne qualche rara eccezione, ha sempre dimostrato di essere a suo agio quando si compatta in fase di non possesso. Abbassando il baricentro e affidandosi alla solidità difensiva.
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