Foto di A. Piccirillo

Se il Napoli, dopo lo scivolone in Champions, può ritrovare d’incanto una parvenza di sorriso, deve ringraziare Antonio Vergara, che sta dimostrando di essere un valore aggiunto, capace di iniziative imprevedibili e micidiali guizzi offensivi. Azzerate le rotazioni, a causa dei numerosi infortuni, in pratica, ha trovato per strada una maglia da titolare. Più che una intuizione, la necessità di raschiare il fondo della panchina, avendo le assenze falcidiato letteralmente l’organico. Una circostanza surreale, che però non cambia l’ordine delle cose. Perché il prodotto del settore giovanile è riuscito a fugare i mille dubbi dovuti alla mancanza di esperienza a questi livelli, trasformandosi in un autentico trascinatore.

L’ultimo acuto non è sublime come il gol rifilato al Chelsea, ma nasce da un duetto con Hojlund. Tatticamente disciplinato, ed al contempo utilissimo nel rendersi disponibile a lavorare da pivot, il danese. Con lucidità sceglie la zona da occupare, oscillando tra Comuzzo e Pongracic, consapevole di quanto potessero essere utili le sue sponde. Quindi, ci pensa il ragazzino a inserirsi e incastrare la palla nel ferro, lì dove De Gea non può arrivare. Poi è il turno di Gutierrez ad accendere la scintilla con un tiraggiro sontuoso: irriverente per preparazione, la sventola col sinistro diventa geometria quando la traccia disegna una traiettoria assassina, accomodandola sul palo lungo. Vera e proprio locomotiva del gioco azzurro, i laterali schierati a piede invertito: lo spagnolo e Spinazzola, infatti, hanno consentito di equilibrare il Napoli nelle due fasi, sviluppando tecnica in velocità, occupazione del campo in ampiezza e idee alternative nell’attaccare.

Nessuno poteva sbagliare

Fedele al copione tipico delle partite in cui entrambe le squadre, per motivi diversi, non potevano assolutamente permettersi un passo falso, i padroni di casa e la Fiorentina hanno rispettato appieno il copione. Prudenza ed equilibrio sotto la linea della palla: eccolo il piano gara predisposto da Vanoli, attento a non scoprirsi. Pesa come un macigno la densità della Viola, che racconta meglio di qualsiasi altra strategia l’intenzione di chiudere gli spazi, rendendo ingestibile il possesso agli uomini di Conte.

La chiave del successo è stata dunque l’interpretazione proattiva impressa al match sin dal fischio iniziale dal Napoli: una filosofia basata sull’aggressione in avanti, funzionale a cercare il recupero immediato della palla. Insomma, ritmi caratterizzati da una discreta intensità, punto di collisione tra pressione e palleggio. A differenza di altre prestazioni, in cui a tratti staccavano la spina, stasera i partenopei hanno mantenuto costante l’attenzione. La rete della Fiorentina è occasionale, in quanto frutto di una ripartenza letta male. Gravano maggiormente, invece, le numerose occasioni non sfruttate. Non si tratta di un problema strutturale, altrimenti la produzione offensiva non sarebbe così alta. Ma quantomeno lo diventa se non converti in gol la mastodontica mole di lavoro. E magari vieni punito con disarmante puntualità alla prima opportunità concessa all’avversario.

Ancora un infortunio

Che i Campioni d’Italia stiano vivendo una stagione tragicomica in termini di infortuni è testimoniata dall’ennesimo incidente di percorso, che rende la situazione davvero deprimente: il ginocchio di Di Lorenzo che va letteralmente in pezzi allora diventa la metafora di ogni iattura. A questo punto sorge spontanea una domanda: si gioca troppo, oppure Conte avrebbe dovuto ricorrere a un turnover scientifico, affinché un po’ tutti potessero rifiatare e riposarsi?

Inutile girarci intorno, è inevitabile pensare che se il capitano non avesse giocato praticamente sempre, forse non solo avrebbe reso come al solito, cioè mantenendo un rendimento altissimo. Ma in qualche modo, poteva essere preservato, approfittando di una equa distribuzione dei carichi.

Cenni di nuovi arrivi

Piccola nota a margine. Avrà giocato pure pochi minuti, ma resta forte l’impressione che Giovane sia un attaccante abilissimo nei fondamentali, e perciò potrebbe dare una grossa mano al Napoli, permettendo a Conte di avere diverse opzioni offensive. Nella stagione in corso ha fatto vedere spunti decisamente interessanti, mettendo a referto 3 gol in 21 presenze con la maglia del Verona. Il suo valore assoluto non si discute. A destare qualche perplessità, invece, è la capacità di calarsi subito in una realtà assai complessa come quella partenopea. L’area che si respirava all’ombra del Vesuvio era già abbastanza pesante, a causa dei numerosissimi infortuni, che hanno letteralmente falcidiato l’organico. Se a questo ci aggiungiamo la prematura eliminazione dalla scena europea, appare evidente il momento nient’affatto sereno che stanno vivendo dalle parti di Castelvolturno.

Ovviamente, al brasiliano l’entusiasmo non manca. Ma il senso del suo acquisto resta inalterato: è un giovane prospetto (compirà 23 a novembre) ancora da valorizzare. Sbarcato in Italia a luglio 2025 da svincolato – il contratto col Corinthians era in scadenza -, gli sono bastati pochi mesi per suscitare l’interesse dei grandi club della Serie A. Il diesse degli scaligeri, Sean Sogliano, non nuovo a certe operazioni, ha generato dunque una cospicua plusvalenza cedendo alla corte di De Laurentiis, con la formula del prestito immediato, accompagnato dal riscatto: a giugno prossimo nelle casse del club gialloblù entreranno circa 20 milioni di euro. Non male per un calciatore preso a costo zero e rivenduto a peso d’oro dopo soli sei mesi.

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