Se un indizio può apparire una coincidenza, due rappresentano decisamente una prova, per cui il fatto che dopo il Verona anche al Parma riesca di uscire indenne dal “Maradona” testimonia le enormi difficoltà incontrate dal Napoli quando l’avversario di turno parcheggia letteralmente il pullman a ridosso del portiere. In effetti, superare la densità sotto la linea della palla predisposta da Zanetti e Cuesta è sembrato il problema più grande per la squadra partenopea negli ultimi match disputati al cospetto dei suoi tifosi.

Sostanzialmente incapaci, gli azzurri, di risolvere con efficacia l’enigma tattico determinato da chi preferisce attestare il baricentro a un’altezza medio/bassa, intasando talmente tanto le linee di passaggio – in ampiezza oppure in profondità – da disinnescare le giocate codificate degli uomini di Conte. In tale scenario, il controllo del possesso palla con percentuali (quasi) irreali conta poco, se non viene convertito in occasioni nitide per battere a rete. Insomma, una cosa è palleggiare con fluidità, ponendo in essere le condizioni per creare spazi da saturare con un inserimento – dalle retrovie o tagliando dall’esterno verso il centro -; ben altro affrontare un avversario che ha già deciso di schiacciarsi fuori l’area di rigore. Una strategia tutto sommato leggibile, il giropalla perimetrale. Poco funzionale, dunque, a sviluppare quei movimenti coordinati tipici del calcio posizionale, che spesso esalta i Campioni d’Italia.

Hojlund fulcro del gioco offensivo

Oggigiorno, il Napoli veicola sicuramente una sgradevole sensazione di stanchezza. Magari, giocando praticamente ogni tre giorni, passa in secondo piano l’endemica emergenza infortunati. A forza di trascurarne il numero (e la qualità), si dimentica della indisponibilità di tante pedine importanti, in primis Neres e Anguissa. Circostanza aggravata dall’avere pochissime soluzioni dalla panchina in grado di offrire un contributo iperperformante, piuttosto che limitarsi a svolgere il compitino. Una pessima notizia in chiave futura, visto che per tenere ragionevolmente a distanza Juventus e Roma non ci si può affidare solo a 12/13 titolari. Al contrario, bisogna avere delle carte da spendere, sia capitalizzando i cambi di formazione, che traendo energie vitale dall’ingresso a gara in corso di rincalzi e comprimari.

Ancora una volta, Lang e Lucca si sono dimostrati troppo fragili e inconcludenti per non finire sul banco degli imputati. Non deve essere un alibi, tantomeno un giudizio tranciante sulle valutazioni compiute durante il mercato estivo. Rimane, però, il fatto che l’olandese non riesca a scrollarsi di dosso una certa timidezza; e associandola alla passività di Olivera, finisce per sminuire tecnicamente la catena di sinistra. Mentre l’ex Udinese continua a non convincere, manco fosse inadatto a giocare a questi livelli, lui che in A qualche golletto comunque l’ha realizzato. Lontano dal prevalere nei duelli fisici, perde costantemente “a rimbalzo” coi difensori. Perciò priva i compagni della fondamentale possibilità di finalizzare l’azione appoggiandosi al cross. Lecito, a questo punto, chiedersi se queste congiunture abbiano concorso a rendere meno precisa la manovra, perché è innegabile che la squadra di Conte ha smarrito la brillantezza offensiva.

Del resto, nelle rotazioni posizionali pensate dall’allenatore salentino per destabilizzare le difese altrui, il ruolo di principale arma in attacco lo ricopre Hojlund. La situazione classica resta quella di scaricare palla addosso al danese, che funge da perno, stimolando poi i mortiferi inserimenti di chi lo sostiene sulla trequarti. La dinamica è sempre identica, che l’imbucata arrivi da destra o dal versante mancino: il numero 19 prende posizione, “fissando” il marcatore diretto. Ecco il trigger perfetto per innescare la combinazione; una volta offerta una traccia pulita, assume la postura ideale per giocare a specchio. Peccato che la bontà del lavoro svolto in simbiosi con Politano abbia tutt’altro risultato se, sul lato opposto, il destinatario della sponda non è Neres, bensì Lang.

Quante differenze a sinistra

Con il brasiliano a mezzo servizio, a garantire maggiore imprevedibilità ha provveduto la catena di destra. Là, contro il Parma, la strategia era favorire le continue rotazioni tra Politano e Mazzocchi. Che scaglionandosi ad altezze diverse (uno più largo, l’altro più basso), sovraccaricavano quel lato, alternandosi nel dialogare tra loro. Aperto alla massima ampiezza, Matteo cercava subito di isolarsi individualmente contro Ordonez. In ciò, supportato dalla reattività del nativo di Barra, lesto ad allungarsi per portargli via l’eventuale uscita in closeout di Valenti.

A sinistra, invece, il ritardo nei sincronismi tra Olivera e Lang ha evidenziato il disagio nell’innescare l’uno vs uno dell’olandese; nonché le corse in verticale dell’uruguagio. Per cui Britschgi accettava consapevolmente di concedere un tempo di gioco all’avversario di riferimento, allentando la presa sull’esterno, volendo proteggere la zona di competenza nel caso Olivera si fosse sovrapposto. Ma questi, anziché accorciare, temporeggiava. A quel punto, era logico che Estevez chiudere subito lo spazio interno.

Quanta differenza, allora, con Neres (quello dei giorni migliori, precedenti l’infortunio…) e Spinazzola. Esempio lampante su come destrutturare la compattezza degli avversari. Spingendosi dentro al campo in conduzione coi piedi educati dell’ex Roma; de facto, ambidestro. Laddove il brasiliano, in ossequio al principio di volere restringere il campo, è bravo nell’occupare la posizione di seconda punta “pura”, moltiplicando l’imprevedibilità degli azzurri.

Ergo, come ci si tira fuori dall’impasse attuale? Le prospettive nell’immediatezza non sono lusinghiere: con l’organico ridotto, la possibilità di ruotare gli uomini, distribuendo conseguentemente carichi e minutaggio, si riduce al lumicino. Rendendo assai arduo gestire i molteplici impegni del calendario con la medesima intensità e qualità.

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