In una Serie A che va a mille, col calendario talmente ingolfato da costringere a giocare ogni tre giorni, non abbiamo avuto neanche il tempo di godere appieno della bellezza di Inter-Napoli, perché è già tempo di tornare in campo. Nient’affatto sonnolento il big-match di San Siro, talmente frenetico, per ritmo e capovolgimenti di fronte, da poter essere equiparato a una partita della Premier League. Ma lì a volersela giocare erano in due…

Se la trasferta meneghina aveva messo in evidenza i punti di forza degli azzurri, il Parma ha confermato che tre partite in una settimana, senza cambi adeguati per esprimere calcio assai intenso, determinano un palese esaurimento delle energie fisiche e nervose: perciò stasera la squadra ha perso progressivamente lucidità.

Sin dal primo minuto, evidente la sensazione che Conte abbia impostato un piano-gara simile a quello predisposto per sorprendere l’Inter, sviluppando cioè una efficace pressione alta, così da occupare subito la trequarti emiliana, a caccia del recupero, con l’idea di trasformare l’orientamento aggressivo in riconquista, dando vita a improvvise verticalizzazioni. Ma se il calcio fluido, organizzato in maniera collettiva, non viene espresso attraverso la rapidità nelle proverbiali rotazioni, finiscono per rimbalzare sul muro di gomma degli ospiti. La cui densità sotto la linea della palla ne favorisce l’equilibrio tattico in fase di non possesso. A questo si aggiunge poi la poca qualità individuale di alcuni giocatori nei posti chiave. E allora si comprende l’incapacità di spostare decisamente in avanti il baricentro, penetrando il castello edificato da Cuesta.

La densità dei Ducali incarta gli azzurri

Conte (squalificato per due giornate dopo l’espulsione rimediata con l’Inter) entra in modalità gestione e compie quattro cambi rispetto alla formazione schierata al cospetto dei nerazzurri. Mazzocchi per Beukema dirotta Di Lorenzo a fare da braccetto di destra, sulla stella linea di Buongiorno, che lascia riposare Juan Jesus. Nuova pure la catena mancina, con Olivera per Spinazzola e Lang in luogo di Elmas.

Il 3-5-1-1 del Parma manda teoricamente in inferiorità numerica i Campioni d’Italia in mezzo al campo. Che per ovviare, accettano la parità in zona arretrata, con Rrahmani accoppiato a Cutrone e Buongiorno che rompe su Ondriejka. Il problema di andare potenzialmente in sottonumero a centrocampo viene quindi risolto con scalate coraggiose; ovvero alzando Lobotka sulle tracce di Keita. Con Di Lorenzo opposto a Sorensen e McTominay su Estevez.

I ducali, piuttosto che limitarsi a fare da semplice spettatrice (non pagante), resiste con una certa fiducia alle iniziative dei padroni di casa, aspettandoli e controllavano con grande attenzione gli spazi. Evitando, però, di schiacciarsi all’indietro senza criterio. Attestandosi, al contrario, su un blocco medio che, da un lato, non ha comunque inibito il palleggio ai partenopei. Ma ne ha anestetizzato le combinazioni avanti-dietro-dentro negli ultimi sedici metri. Dimostrando anche una discreta resistenza nell’assorbire la costruzione napoletana. E qui si è vista l’abilità nel chiudere i varchi centrali grazie al lavoro di Ondriejka e degli esterni (Britschgi e Ordonez), lesti a sporcare tracce di passaggio pulite le volte che era possibile. Ecco che la giocata cercata con frequenza, progettata a tavolino per capitalizzare le imbucate sulla figura di Hojlund oppure i passaggi filtranti per Lang, non hanno prodotto alcunché.

Qualcuno delude, altri sono stanchi

Chiaramente, sul banco degli imputati finiscono Lang e Olivera, perché avulsi dal sostenere con spunti individuali la fase offensiva; quel che è peggio, incapaci di calarsi nel contesto tattico: con un avversario rintanato al limite della propria area di rigore forse bisognava esplorare la verticalità. Approfittare che Hojlund scaricasse sul taglio interno dell’olandese; nel frattempo, muovendosi “a ricciolo” sotto il centravanti, poteva poi ricevere fronte alla porta, e innescare un potenziale due vs uno. Soluzione mai veramente cercata. Rimanendo impalato a svolgere il compitino in fascia, ha inibito anche le sovrapposizioni di Olivera. In ogni caso, timido e poco coordinato nei movimenti sincronizzati con chi gli stava davanti, l’uruguagio.

Finora l’Uomo del Salento ha centellinato Lang, presumibilmente perché è un esterno d’attacco “puro”, poco adatto dunque a calarsi in un sistema estremamente codificato come quello progettato dall’allenatore, con due offensive player liberi di spostarsi in relazione all’atteggiamento degli avversari, per supportare Hojlund. Dal canto suo, l’ex PSV sta cercando di conquistarsi scampoli di fiducia, sudando ogni opportunità che gli viene concessa. Nondimeno, il recupero di una palla considerata da molti abbondantemente morta, in occasione del secondo gol di McTominay a Milano, testimonia sì la voglia guadagnarsi un maggiore minutaggio. Tuttavia sembra davvero mortificante la performance piatta e senza alcun acuto espressa stasera: aveva il dovere di scatenare l’istinto del freestyler, per azzardare qualche isolamento in dribbling dal quale tirare fuori una momentanea superiorità.

Dulcis in fundo, la partita dai due volti di Hojlund: bravissimo nel farsi dare e soprattutto a proteggere un mucchio di palloni, spesso sporchi o difficilmente giocabili in maniera pulita. Inoltre, ha creato i presupposti per battere a rete (33′), ma Rinaldi è stato reattivo sulla girata. Poi più nulla sul tabellino offensivo. Se non un lavoro oscuro e snervante. Poiché resta un attaccante in grado di interpretare il ruolo in ottica moderna, ergo, tutt’altro che statico, magari la squadra dovrebbe attivarlo con maggiore frequenza. Insomma, non stiamo parlando della classica boa, che viene solamente incontro e usa il corpo esclusivamente per proteggere il pallone. Bensì di un profilo votato al dialogo; dribbla solo se serve, altrimenti scarica, e aggredisce la profondità, cercando di posizionarsi in situazione di vantaggio sul marcatore diretto. In tal senso, aver trovato sulla sua strada una squadra che difendeva bassa, con una praticità disarmante nell’oscurargli efficacemente la visuale della porta, non gli ha reso la partita facile.

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