“Quello che sta accadendo in Campania è vergognoso e politicamente inaccettabile”. Con parole dure Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario, interviene sul rinnovo del Consiglio regionale campano, denunciando una rappresentanza femminile ai minimi storici. Su 50 consiglieri eletti, infatti, soltanto otto sono donne, un dato che per Golfo certifica il fallimento di un sistema che, pur rispettando formalmente la legge, continua a escludere le donne dai luoghi di potere.
Secondo la presidente della Fondazione Bellisario, la situazione campana rappresenta un paradosso politico. “Dopo essere stata apripista con la prima legge sulla doppia preferenza di genere, la Campania torna indietro di decenni”, sottolinea Golfo, auspicando una presa di posizione ufficiale delle forze politiche, “Pd e M5S in prima linea”.
Il quadro delineato è impietoso. Tutti gli incarichi di vertice dell’assemblea regionale sono ricoperti da uomini: il presidente della Regione, quello del Consiglio, i due vicepresidenti e tutti i capigruppo. Nell’ufficio di presidenza, le donne sono solo due su sei. Anche nella composizione della giunta, dove lo Statuto prevede tutele specifiche, la presenza femminile si ferma al minimo indispensabile: quattro assessore su dieci. “Il 50 per cento sarebbe stato già un segnale – osserva Golfo – che mi sarei aspettata da un partito di sinistra”.
Il problema, secondo l’ex parlamentare, emerge soprattutto nei contesti in cui la legge non impone quote o garanzie. “Dove la norma non le ‘garantisce’, le donne semplicemente scompaiono”, afferma, parlando di una “precisa scelta politica”. Una scelta che rende ancora più amaro il giudizio nei confronti del Partito democratico, guidato a livello nazionale da una donna e protagonista negli ultimi anni di una forte retorica sulle pari opportunità.
“L’esempio della Campania dimostra che le parole non bastano quando i fatti le contraddicono”, conclude Golfo, indicando come simbolo di questa contraddizione la foto dei capigruppo regionali, tutti uomini. Un’immagine che, a suo avviso, rappresenta “un maschilismo che preoccupa” e che riapre il dibattito sul reale impegno della politica italiana per una parità di genere non solo proclamata, ma praticata.
