Non è pretestuoso affermare che Stefano Maniscalco sia uno dei karateka più dominanti nella storia recente di questo sport. Per anni simbolo della Nazionale, in grado di cannibalizzare letteralmente le categorie dove combatteva (+ 80, + 84 e open). Ha vinto talmente tanto, che solo provare a riassumerne i tituli diventa complicato: 2 Mondiali e 3 Europei restano i fiori all’occhiello di una carriera che conta anche un numero imprecisato di titoli italiani. Oltre a un mucchio di medaglie varie e trofei assortiti. Semplicemente un incubo per chiunque abbia tentato di sbarrargli il passo. Per un atleta del suo calibro, creare incertezza negli avversari è qualcosa che ha contribuito a far nascere delle grandi rivalità. Tutti i migliori hanno dovuto imparare a fare i conti con lui, spesso vanamente.

Ho avuto una lunga carriera, per cui è stato quasi naturale che nascessero delle grandi rivalità. Personalmente, credo che c’è stato un periodo in cui nei massimi c’erano alcuni tra i migliori di tutti i tempi. In primis, Davide Benetello, mio compagno nelle Fiamme Gialle: ci alternavamo nelle due categorie maggiori di peso. Poi sicuramente Seydina Baldé, che nell’ambiente avevano soprannominato la Perla Nera, per la qualità del suo karate. E Alexander Gerunov, un russo talmente tosto da meritarsi l’appellativo di Ivan Drago. Ma anche l’inglese Walters, Horne, Margaritopoulos o Leal Reglero. Tutti avevano una spiccata personalità. Inoltre, abbinavano tecnica e potenza. Però erano anche esplosivi; un mix micidiale, considerando che le protezioni del tempo non erano performanti come quelle attuali. Insomma, dovevi rischiare di metterci letteralmente la faccia. Dal 2008 fu cancellata la categoria Open, dove mi incrociavo spesso con Aghayev, che generalmente combatteva nei 75 kg, ma in quelle occasioni si presentava intorno agli 80/82: bisogna quindi immaginare un atleta alto circa 1,70, fantasioso come pochi ed al contempo assai potente. Eravamo entrambi nel prime delle nostre carriere. Perciò venivano fuori sempre delle belle guerre, sportivamente parlando. Con un bilancio sostanzialmente in equilibrio: due vittorie ciascuno ed un pari!”.

Aspettative e grandi rivalità

Quando parliamo di Maniscalco stiamo tracciando il profilo di un personaggio globalizzato, che ha riscritto totalmente la geografia del kumite, in Italia e nel panorama internazionale. Quando è arrivato sulla scena – una sorta di freak, fuori e dentro il tatami – nessuno poteva immaginare che un 100 kg potesse muoversi come un 60 kg: poi hanno visto un carrarmato spostarsi sul tatami come un peso leggero, muovendosi con grazia e eleganza. Ergo, le aspettative sono schizzate alle stelle.

Ho sempre puntato sulla bellezza della tecnica, non solo all’efficacia. Il mio primo Maestro, Toyozo Fujioka, per stimolarmi, mi diceva che dovevo portare in giro per il mondo e far vedere tale bellezza. Perciò, oltre a vincere, una voglia insito nella natura di ogni atleta, intendevo anche tracciare una strada. Diventare un modello prestativo di riferimento. Con un pizzico di orgoglio, mi piace ricordare un episodio che risale ai Giochi del Mediterraneo di Almeria 2005. In tribuna erano presenti alcuni membri del Comitato Olimpico Internazionale, che stavano lavorando per valutare l’opportunità di inserire il karate per la priva volta nella storia nel programma dei Giochi. Conquistai due ori: nei + 80 kg, vincendo sul montenegrino Cecunjanin 9-0, e negli Open, battendo 5-0 il francese Baillon. A fine gara, dissero che se il karate era quello fatto vedere da me, non poteva non entrare alle Olimpiadi…”.

Probabilmente, le Olimpiadi sono l’unico neo di una carriera altrimenti stellare, che gli ha permesso di fregiarsi del titolo di “Ultimo Imperatore del Karate”: non a caso, emblematico biopic della sua biografia.

Credo che il valore di un atleta vada parametrato anche in base al periodo storico. Ripeto, ai miei tempi c’erano alcuni tra i migliori in assoluto. Primeggiare non era affatto semplice. E poi, se proprio la vogliamo dire tutta, nel 2001 mi invitarono ai World Games, ad Akita, in Giappone: cioè la massima competizione degli sport non olimpici. Partecipavano soltanto i migliori otto atleti al mondo. Persi in finale con Baldé, però che soddisfazione per un diciottenne”.

Emozione Avanzini

Nessuno potrebbe discutere la competenza “pura” di Maniscalco, capace di mettere a nudo uno spirito talmente indomito, da convertire i sogni in realtà. Non a caso, ha riscosso un discreto successo nel commentare televisivamente i Mondiali WKF del Cairo su SKY. E c’entra poco la sua grande popolarità, che l’ha trasformato, una volta appesi i guantini al fatidico chiodo, in un “fenomeno” trasversale, amato follemente da chi segue certi reality o legge determinate riviste patinate.

Le copertine patinate, le partecipazioni alle trasmissioni televisive oppure ai reality; l’essere coprotagonista di action movie cinematografici. Sono tutti aspetti, ovviamente complementari al mio nuovo ruolo di tecnico delle Fiamme Gialle, che mi permettono di essere un artista marziale. Cioè, un divulgatore di messaggi positivi. Perché le medaglie restano, arricchiscono la bacheca. Ma i valori connessi al karate vanno oltre…”.

Insomma, un elevato indice di gradimento, pure al di fuori del microcosmo dei praticanti, suscitato grazie ai suoi interventi. Verità che arricchivano la cronaca e sembrava potessero bucare lo schermo, rivelando situazioni di gara tutt’altro che scontate, o anticipando soluzioni strategiche talvolta di difficile lettura.

Gran parte del pubblico deve aver percepito la sua gioia genuina di fronte all’oro di Matteo Avanzini. Del resto, non poteva essere altrimenti, visto che il nuovo Campione nei +84 kg è allievo proprio da Stefano. Ecco che per un momento il ruolo di allenatore presso il Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle prende il sopravvento su quello di voce tecnica della manifestazione egiziana. Senza tuttavia sfociare nell’idolatria, che per assurdo avrebbe potuto finire per sminuire i meriti effettivi del giovane finanziere. D’altronde, se eri “l’imperatore” dei Pesi Massimi, quel tipo di kumite, fatto di corpi enormi che si scontrano tra loro, è quello che ti piace vedere: uno spettacolo nello spettacolo.

Per indole, la mia strategia, anche nella vita, è di attaccare. Non sono mai stato un attendista. Per cui abbiamo lavorato quotidianamente con Matteo per massimizzare chili e atletismo da fa valere tanto in attacco quanto in difesa. Chiaramente, una difesa attiva, nel senso che attraverso dinamismo e spostamenti, l’idea rimane quella di portare l’avversario dove voglio, costruire per poi finalizzare. Inoltre, lui è molto più maturo rispetto ai suoi 21 anni. A suo agio nel prendersi questo tipo di responsabilità. Una qualità fondamentale per eccellere nella sua categoria”.

Il solco tracciato dagli “invincibili”

Paradossalmente, quando provi a chiedergli di spiegare come sia arrivato un risultato del genere, Maniscalco sembra quasi voler nascondere la qualità del suo lavoro. Che invece è stata altissima; nient’affatto affidata al caso o alle arti oscure di chissà qualche misteriosa alchimia. Nessuna ricetta magica, dunque, solo applicazione e dedizione.

Sono cresciuto alla scuola di Claudio Culasso, un talento scout eccezionale, con una sensibilità per individuare il talento. E dopo coltivarlo. Non era mica semplice gestire tutti i grandi atleti, dotati pure di forti personalità, della squadra degli anni ’90. Il mio metodo è mutuato da esperienze pregresse, arricchito dalla voglia di trasmettere comunque una educazione marziale. Per cui, dopo ogni vittoria, ripeto ai ragazzi e ragazze delle Fiamme Gialle che è giusto festeggiare. Però dal giorno successivo si torna in palestra con la fame di chi avesse perso. La sinergia sviluppata tra noi diventa una componente fondamentale. In generale, l’intesa con loro è tale da creare una comprensione reciproca su come aiutarsi a vicenda. La sensibilità di capire lo stato d’animo dell’atleta senza bisogno di parlarne. Mi piace pensare al mio ruolo di tecnico come ad un faro: ti indico la via, preparandoti alla gara. Poi sei tu atleta che devi goderti il momento…”.

In fondo basta questo. Ma è solamente una parte del racconto. Affinché poi qualcosa di inaspettato possa realmente accadere bisogna salire di livello. Qui emerge prepotentemente l’altra versione di Stefano, forse troppo spesso trascurata, contrapposta all’estetica trascendentale dell’anima ribelle: l’abilità di spingere i suoi ragazzi e ragazze oltre i loro limiti. Al punto da sfruttare al meglio potenzialità inesplorate e indiscusso talento.

Allora, dietro il gruppo che sta ricostruendo dopo gli anni d’oro delle Fiamme Gialle anni ’90, che comprende anche Matteo Fiore, Asia Pergolesi e Sofia Ferrarini, c’è feroce applicazione, associata a dedizione assoluta. Forse non sarà sufficiente per diventare invincibili come quelli che vinsero l’equivalente della Champions League, un torneo continentale cui partecipavano le migliori squadre europee di karate, battendo in finale il Sic Parigi. Nondimeno, Maniscalco benedice questa nuova versione, solida e affidabile, capace perciò di rinnovare la storia di una squadra a tratti inarrivabile. Che dà la sensazione di avere ancora margini per migliorare.

Questo gruppo è stato costruito in modo simile a quelli della mia epoca: sono lo specchio di chi li ha preceduti, per applicazione e costanza. Certi risultati tuttavia non puoi farli senza feroce determinazione; la coesione ci permette di raggiungerli. Sono i fattori decisivi per fare un ulteriore passo verso il continuo miglioramento, invece di limitarsi. Mi piace insistere sul concetto di bellezza. Che in questo caso trascende l’estetica del saper tirare certe tecniche. Lo stile del nostro Gruppo Sportivo da sempre è caratterizzato da classe ed eleganza”.

Bilancio positivo, oltre le medaglie

In definitiva, se le parole di Maniscalco appaiono come una masterclass sulla gestione delle risorse, cala il sipario sulla 27^ edizione dei Mondiali WKF, che hanno catalizzato un’attenzione globale sul karate. L’Egitto ha trasformato l’intera manifestazione in un meraviglioso show mediatico, attraendo sponsor e tifosi. Indubbio che per l’Italia il bilancio della spedizione sia stato molto positivo.

Era il primo mondiale con la nuova formula, che prevede non solo di ottenere il pass attraverso il ranking ed i risultati maturati ai precedenti campionati continentali, ma un serrato torneo di qualificazione. Per cui, raccogliere poi i frutti, cioè andare a medaglia, oppure sfiorarla, come nel caso di Silvia Semeraro e Michele Martina, è stata dura. Se abbiamo dimostrato per l’ennesima volta di essere una delle nazioni leader, il merito va ascritto al contesto positivo creato da tutti i membri della spedizione: atleti, dirigenti e staff tecnici. Non va trascurato un piccolo particolare, il livello tecnico medio negli ultimi anni si è alzato tantissimo. Non ci sono più paesi cuscinetto, perciò devi combattere da subito al massimo delle potenzialità, altrimenti rischi. Inoltre sono arrivati sulla scena internazionale nuovi competitors. È un segnale di vitalità per il karate in tutto il mondo…”.

Chissà che l’oro di Avanzini, unito all’argento di Alessio Ghinami ed al bronzo di Terryana D’Onofrio (entrambi nel kata) facciano da spinta propulsiva per i futuri successi della Nazionale targata FIJLKAM. Secondo Maniscalco, il naturale trampolino di lancio per proseguire su questa via di solida competitività sul piano internazionale non può essere che innovazione e avanguardia culturale.

Credo che uno dei segreti del nostro movimento sia la circolarità del sapere. Quindi, la voglia di condividere esperienze e conoscenze, sia a livello di gruppi sportivi militari, che in Nazionale; senza trascurare l’importanza dei club che lavorano sul territorio. Gli atleti più maturi ed esperti favoriscono, supportandoli, la crescita dei giovani. Che a loro volta restituiscono quella spinta emotiva fondamentale per continuare su certi livelli. Oltre a questo modo di lavorare, personalmente sto provando ad aggiungere anche dosi di marzialità dentro la pratica agonistica, e nozioni di tradizionalismo, avvalendomi per esempio della collaborazione di un tecnico come Marco Camera. Oppure attraverso la multidisciplinarità, grazie al judoka Emanuele Bruno”.

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